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Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
Brian's Grandpa Wisdom
BĂ sten tri donn
per fĂ el mercaa d'Ogionn
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Brianza Falls
Alla cateratta del quinto salto
Nilo è un Villoresi lanciato al delta
del Po, dentro l'argine e senza scelta,
Nilo azzurro bianco-sporco e un asfalto
nero in via Milano che fa da spalto
a quello spettacolo d'acqua celta
che si scroscia sulla pianta divelta,
Nilo elvetico dal nord, che dall'alto
è alla Svizzera dei cani Brianza
milanese, dove ha qualche speranza
di guadagno il lavavetri di strada
al semaforo lì a fianco o la brada
congrega di zingare che sul viale
questua fuori dalla posta centrale.
Che la Brianza fosse definita la Svizzera dei cani lo lessi la prima volta su un articolo di un noto magazine cattolico, trenta/quaranta anni fa. Era un articolo che magnificava senza riserve questa terra paolotta, la sua laboriosità, la sua capacità di ricevere e dare lavoro a tutti, anche ai cani poveracci (ciò sottintendeva quella metafora) senza guardarli troppo in faccia. Una mini-Svizzera quindi, ricca come quella ma meno sofisticata e pretenziosa: tale era il concetto.
La Brianza certo era a quei tempi terra di piena occupazione nel secondo lavoro. Lavoravano tutti, bastava volerlo. Ma oggi il lavoro precario è una costante anche da queste parti: andate a chiederlo ai dipendenti del ramo tessile svenduto in India, o - di questi tempi - ai dipendenti Celestica di Vimercate o ST di Agrate: pure in Brianza non tira un'ottima aria, per chi voglia sgobbare.
Tanta è l'acqua di Villoresi che è passata sotto i ponti, da quarant'anni a questa parte. E parlando di Villoresi vi chiederete perchè mai Brianzolitudine insista ad aggirarsi lungo quel canale, da lui considerato il confine sud della Brianza County. La verità è che se ti muovi per la Brianza meridionale il Villoresi lo trovi dappertutto, come il prezzemolo. E' una presenza esotica ma allo stesso tempo amica, silenziosa e discreta salvo in qualche punto dove scroscia pesante, come al cosiddetto quinto salto della foto, dove il Villoresi fa una generosa cateratta in pieno centro di Monza.
Quell'acqua svizzera (non dimentichiamo che è acqua del Ticino, quindi alla fin fine acqua extracomunitaria) fluisce da ovest ad est, parallelamente al Po, sfruttando la pendenza naturale della val padana. Idea semplice e bella intuizione, quella che Villoresi ebbe: i tanti abitanti lungo il canale che gli ciucciano gratis l'acqua per annaffiare i prati e gli orti delle loro case ringraziano commossi.
Ma il quinto salto merita un discorso in più: è infatti una vita che si parla di sfruttare quella cascata artificiale per produrre energia pulita. Con l'incentivo dei cosiddetti certificati verdi (che esistono da almeno sei anni) un impianto del genere si ripagherebbe dopo due-tre anni. Energia rinnovabile in pieno centro di Monza, mi merviglio che l'amministrazione comunale non sia mai andata oltre un mero progetto di fattibilità.
Roba da farlo subito, un impianto del genere. E tuttavia temo che, se un impianto del genere non lo ha realizzato l'amministrazione di centro-sinistra uscente dell'ex-sindaco Faglia, senz'altro più fatica farà a pensarci quella di centro-destra, del sindaco Mariani. In tutt'altre beghe politiche affaccendata, vista la recente elezione a neo-Presidente della Provincia del vicesindaco Allevi.
Monza Città Aperta
Oltre i due tralicci, il campo di grano
della Cascinazza, grumo embrionale
con papaveri, gramigne e il canale
sospeso là in alto che va lontano
al Salto del Gatto, sopra un soriano
che si struscia nella pampa locale
destinata al niente, urbano frattale
di rovi malnati tra via Milano
e via Buonarroti, gleba deserta
persa a mille metri dai mille suoni
del Binario Sette, dalla coperta
ferroviaria che separa i mattoni
dai fossi de Monscia, ona città avèrta
tra Bob Rossellini e Paul Berlusconi.
Il canale descritto è evidentemente il Villoresi, che in zona Cascinazza viaggia sopraelevato rispetto alle case, quasi sospeso nell'aria diretto ad est verso il Salto del Gatto, al suo congiungimento finale col fiume Adda. Ma è della Cascinazza che ora mi interessa parlare, di quel quadrilatero di terra agricola blindato da ormai quarant'anni, vero nodo irrisolto che condiziona da troppo tempo la città di Monza. Per chi proprio non ne sapesse nulla, ecco un buon sito esplicativo, sia pur schierato: www.cascinazza.info .
La Cascinazza è un lembo di ettari di terra da decenni coltivata a cereali vari, in attesa di una destinazione progettuale degna della città cui appartiene. E' una landa che appare bella solo nelle immagini dei sagaci fotografi, che la sanno rappresentare nei suoi scorci migliori. Ma se la Cascinazza la si guarda in dettaglio, da vicino, si appalesa l'incuria di un ecosistema abbandonato a se stesso, quasi una neo-vigna di Renzo.
Questa zona agricola è da tempo ingabbiata in una querelle che è ben lontana dal concludersi, in una Monza in eterno conflitto e senza dialogo progettuale, più che mai città aperta rosselliniana. Perchè se è vero che il progetto iniziale di intensiva cementificazione non si realizzerà, va pur detto che quell'area - se lasciata com'è - rappresenta l'ennesima occasione persa della città che fu della regina Teodolinda: una larva campagnola che mai diventerà farfalla. Una situazione gradita solo ai verdi più talebani, che desiderano unicamente che le cose restino uguali a se stesse, pur anche se dirette alla malora.
In zona Cascinazza ci passo spesso e transitando per questi campi circondati da sambuchi, robinie e roveti disordinati, non percepisco la sensazione di area compiuta come potrebbe essere, posta com'è a un tiro di schioppo dal centro della terza città lombarda.
Occorre un progetto condiviso, occorrerebbe che proprietà e amministrazione si sedessero finalmente al tavolo per mediare una soluzione di lungo termine. Ma paradossalmente, proprio il fatto che oggi a Monza sia insediata una giunta di centro-destra complica le cose, anzichè semplificarle. E pertanto dovremo nuovamente attendere, per chissà quanti altri lustri. Contemplando quel campo di grano che ci apparirà sempre più abbandonato, ogni volta che scenderemo dal cavalcavia di San Rocco tornando da Milano.
Brianza Umberto D.
Un uomo e il suo cane in riva al canale
Villoresi, entrambi vecchi, alle nove
del mattino a Monza inseguendo il male
di vivere e un'acqua che scopre fiale
di nomi, carcasse di volti dove
la memoria ha setacciato le prove
dai ricordi appesi a un oblio che sale
senza più legami al cielo che spiove,
pozzanghere svaporanti nel mentre
di un sole che sprona bimbi questuanti
albanesi o cingalesi migranti,
la cui aspra fame si gonfia al ventre
ai no di quell'uomo in disarmo, appena
vivo su un fossato in dolente piena.
E’ sempre così. Quando il lavoro mi porta dalle parti del Canale Villoresi, la striscia d’acqua che corre dal Ticino all'Adda e che fa confine tra Brianza e periferia nord milanese, le emozioni virano invariabilmente al color seppia.
In particolare qui, sull’alzaia nella periferia sud di Monza: dove è una vera e propria terra di nessuno, dove De Sica e Zavattini avrebbero tranquillamente potuto ambientare un ipotetico sequel di Umberto D.
Basta guardare nell’acqua torbida che corre, per scoprire le stratificazioni di un passato prossimo o remoto che torna.
Come quella pianola per bambini Bontempi immersa nella corrente: a vederla sola e perduta là sotto, è più strappacore di un crepuscolare organo di barberia. Chissà se e per chi avrà mai suonato, quel rottame di rame e di plastica, quel fantasma venuto dal secolo scorso.
Il Villoresi a Monza. Sarà pure cambiato il Sindaco con le elezioni appena svolte, ma la vita da quelle parti non credo proprio se ne sia accorta. Senz'altro non se ne sarà accorto quel vecchio col cane che camminava in senso inverso al corso d’acqua, risalito a ritroso. Quasi inseguendo la sorgente svizzera, extracomunitaria di quello pseudo-fiume che fluisce gonfio verso est, per tuffarsi in Adda chilometri avanti, apparentemente e forse oggi realmente inutile.
Brianza Fronte Sud
Monza via Massaua e via Col di Lana
nel sole appassito dall'equinozio,
sopra un Villoresi che fa fontana
schizzando vicino a un cinese in ozio
mentre una bagascia nordafricana
si infila nell'uscio accanto al negozio
jeanseria e dietro di lei s'intana
quel cliente urbano, che al sacerdozio
di certo non pensa in questo momento
vivido e sublime di inizio autunno,
ma intanto il canale non è il Clitunno
alle fonti, quando l'Attila unno
rumeno si accosta all'argine e lento
il suo piscio barbaro sprizza al vento.
La storia del canale Villoresi - piccolo-grande canale di
Quel canale - che costituisce per un discreto tratto il confine Sud della Brianza - è il risultato di un sogno e dell'impegno di una vita dell'ing. Eugenio Villoresi. Già nel 1863 egli cominciò a diffondere l'idea di prelevare l'acqua dal Ticino per portarla in tutta la provincia a nord di Milano, sino ad arrivare all'Adda.
Le terre infatti a nord della città, nonostante l'alta piovosità e la fitta rete di canali, erano soggette a periodiche siccità perché il terreno era permeabile, ciottoloso e ghiaioso e l'acqua spariva nel sottosuolo lasciando la superfice arida e poco adatta alla coltivazione.
Per incrementare la resa agricola Villoresi riuscì a superare tutte le difficoltà tecniche e diplomatiche ed a far approvare nel 1879 il progetto del canale che da lui prese il nome.
Il Villoresi comunque aveva fondato i suoi studi sui progetti del passato perchè già dal medioevo si era pensato di portare l'acqua nell'alto milanese dal lago Maggiore. Il 15 gennaio 1868 Villoresi presentò il progetto del nuovo canale al governo per ottenere la concessione di costruire due grandi canali di derivazione d'acqua dal lago di Lugano e dal Maggiore tramite gli emissari Tresa e Ticino, con lo scopo di migliorare l'irrigazione e favorire la navigazione dei barconi di sabbia e distribuire forza motrice agli opifici.
La concessione fu approvata dal re Vittorio Emanuele II, ma l'opposizione dei proprietari terrieri, che temevano che i lavori potessero distruggere le viti e i gelsi, spinse il Villoresi a rivedere il progetto e a far derivare l'acqua solo dal Ticino. Villoresi morì senza veder compiuta la sua opera. I figli per vedere realizzata l'opera del padre furono costretti a cedere i diritti di concessione alla Societa Italiana Condotte d'acqua che già forniva acqua per usi civili, agricoli e industriali.
Oggi il canale Villoresi, per il suo tratto brianteo, mostra tratti ambivalenti di delicatezza e delizia ambientale affiancati al più sfrontato degrado. Degrado che si nota soprattutto quando il canale viene messo in secca, allorchè emergono gli scheletri e i rifiuti delle variegate attività umane.
Ma vederlo scorrere quando è aperto, nel suo veloce tragitto dal Ticino all'Adda dopo Trezzo, al famoso Salto del Gatto, è ancora qualcosa che apre il cuore: sì, anche oggi, agli albori del terzo millennio dell'era cristiana.
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