Brianzolitudine

Brianza come stato d'animo

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Utente: brianzolitudine
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.

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sabato, 03 ottobre 2009

Brianza Futurist


Cimitero di Monza

Lunghi pali a limitare confini,

una latta su ciascuno in quegli orti

oltre il Villoresi, minimi porti

di mare coi vecchi sopra i gradini

dell’alzaia intenti, quasi bambini

nel rubare acqua da contrafforti

oltre i quali appare il campo dei morti

di Monza, cui scansano gli occhi e chini

discendono e innaffiano finchè sono

stanchi di ansimare per quelle grosse

gonfie e stese proteiformi zucchine,

su una terra che le culla al frastuono

di via Stucchi a suggerire le mosse

per quella partita ormai alla fine.

 

Oggi vi parlo di un camposanto, quello di Monza, e di un paio di architetti a esso connessi. Dal cimitero di Monza transito spessissimo, ci passo accanto praticamente tutti i giorni eppure mai sino a ieri avevo avuto modo di visitarlo. Andar per camposanti è pratica in verità novembrina, già in ottobre tuttavia l’aria sottile ispira pensieri “ultimi”, utile a ricavarci degna ispirazione.

Il cimitero monumentale di Monza ha un progettista illustre: Ulisse Stacchini. Nato a Firenze nel 1871, Ulisse Stacchini architetto opera e si fa valere a Milano e in periferia, dove ci progetta secondo i canoni dell’art noveau una lunga serie di palazzi per emeriti scior comenda.

Le sue opere più celebri sono sostanzialmente tre: la Stazione Centrale di Milano, lo stadio San Siro (oggi Meazza), e il Cimitero monumentale di Monza.

Monza aveva un primo cimitero detto di San Gregorio che però era insufficiente. Nel 1911 fu decisa la costruzione di un nuovo e più grande camposanto. Il progetto e la realizzazione furono affidati appunto a Stacchini che operò con evidenti intenti di monumentalità. I lavori furono portati a termine nel 1930.

La vera sorpresa, nel cimitero di Monza è però un’altra: uno dei pochi progetti architettonici realizzati da Antonio Sant'Elia, il monumento a Gerardo Caprotti, costruito nel vecchio camposanto e qui trasferito.

A me Sant’Elia Futurista ha sempre affascinato, soprattutto per quella sua insana voglia di disegnare e ridisegnare una futura metropoli di Milano mai nata, per poi andare a morire da eroe plurimedagliato al fronte, nella Prima Guerra Mondiale. Egli, comasco DOC, scende a Milano e nell’ambiente di Brera si imbeve di nuove tendenze, conosce Dudreville, Carrà, Boccioni, Fontana, Erba.

Nel 1913 apre uno studio di architettura a Milano e lavora presso gli studi Cantoni e Boni. Si avvicina al movimento Futurista a cui aderisce nel 1914 grazie, probabilmente, agli inviti di Umberto Boccioni e Carlo Carrà, conosciuti nell'ambiente culturale milanese. Tra il 1912 ed il 1914, influenzato dalle città industriali degli Stati Uniti e dagli architetti viennesi Otto Wagner e Josef Maria Olbrich, comincia una serie di disegni per una "Città Nuova" che non era altro che la visione futuristica di Milano.

Sempre del 1914 è il Manifesto dell'architettura futurista, una rielaborazione in chiave architettonica del Manifesto di Marinetti, di cinque anni precedente, scritto sostanzialmente da Sant'Elia riprendendo quasi interamente il testo "Messaggio" pubblicato in precedenza nel catalogo della mostra Nuove Tendenze. In esso l'autore affermò che:

 « il valore decorativo dell'architettura Futurista dipende solamente dall'uso e dalla sistemazione originale di materiali grezzi o scoperti o violentemente colorati. »

Come descritto in questo manifesto, i suoi disegni rappresentano raggruppamenti azzardati e la disposizione su larga scala di piani e masse che creano un espressionismo industriale ed eroico. La sua visione era riguardo una città del futuro estremamente industrializzata e meccanizzata, che non considerava una massa di edifici individuali ma una enorme conurbazione urbana, multi-livello, interconnessa ed integrata disegnata attorno alla "vita" della città. I suoi disegni estremamente influenti rappresentarono grattacieli monolitici ed enormi con terrazzi, ponti e passerelle aeree che hanno incarnato l'eccitamento puro e semplice dell'architettura moderna e della tecnologia.

Nel 1915 si arruola così volontario nel Regio Esercito Italiano, ottenendo i gradi da sotto-tenente, e venendo poi assegnato al 225° Reggimento Fanteria "Arezzo". Col suo reparto combatte sul fronte delle alpi vicentine e, nel luglio del 1916, durante un attacco sul Monte Zebio, si guadagna la sua prima Medaglia d'Argento al valor militare. Pochi mesi dopo, il 10 ottobre, Sant'Elia si trova schierato col suo reparto a Quota 85 di Monfalcone. Lanciatosi col suo plotone all'assalto di una trincea nemica, muore colpito in fronte da una fucilata.

Alla sua memoria venne concessa una seconda Medaglia d'Argento al valor militare. E’ sepolto a Monfalcone nel cimitero della brigata "Arezzo" per il quale aveva progettato il portale d'ingresso e la sistemazione delle sepolture, tra le quali anche la propria e successivamente traslato a Como.

Ecco qui gli encomi per le due medaglie d'argento al valor militare:

«Sotto l'intenso fuoco nemico, accorreva arditamente ad assumere il comando di un plotone di lanciatori di bombe, del quale erano già caduti feriti due comandanti. Colpito egli stesso alla testa e portatosi per insistenza del suo capitano al posto di medicazione, non appena medicato, ritornava sulla linea di fuoco, dando mirabile esempio di coraggio e serenità.» Monte Zebio, 6 luglio 1916

«Alla testa del plotone zappatori, si slanciava all'assalto delle posizioni nemiche sotto l'imperversare del fuoco di artiglieria, di mitragliatrici e di fucileria, incitando con l'esempio e con la voce i suoi dipendenti, finché cadeva mortalmente colpito in fronte.» Monfalcone, 10 ottobre 1916

Credits: Wikipedia

Postato da: brianzolitudine a 14:25 | link | commenti (5) |
monza

venerdì, 19 giugno 2009

Brianza Falls

Cataratta Monza

Alla cateratta del quinto salto

Nilo è un Villoresi lanciato al delta

del Po, dentro l'argine e senza scelta,

Nilo azzurro bianco-sporco e un asfalto

nero in via Milano che fa da spalto

a quello spettacolo d'acqua celta

che si scroscia sulla pianta divelta,

Nilo elvetico dal nord, che dall'alto

è alla Svizzera dei cani Brianza

milanese, dove ha qualche speranza

di guadagno il lavavetri di strada

al semaforo lì a fianco o la brada

congrega di zingare che sul viale

questua fuori dalla posta centrale.

 

Che la Brianza fosse definita la Svizzera dei cani lo lessi la prima volta su un articolo di un noto magazine cattolico, trenta/quaranta anni fa. Era un articolo che magnificava senza riserve questa terra paolotta, la sua laboriosità, la sua capacità di ricevere e dare lavoro a tutti, anche ai cani poveracci (ciò sottintendeva quella metafora) senza guardarli troppo in faccia. Una mini-Svizzera quindi, ricca come quella ma meno sofisticata e pretenziosa: tale era il concetto.

La Brianza certo era a quei tempi terra di piena occupazione nel secondo lavoro. Lavoravano tutti, bastava volerlo. Ma oggi il lavoro precario è una costante anche da queste parti: andate a chiederlo ai dipendenti del ramo tessile svenduto in India, o - di questi tempi - ai dipendenti Celestica  di Vimercate o ST di Agrate: pure in Brianza non tira un'ottima aria, per chi voglia sgobbare.

Tanta è l'acqua di Villoresi che è passata sotto i ponti, da quarant'anni a questa parte. E parlando di Villoresi vi chiederete perchè mai Brianzolitudine insista ad aggirarsi lungo quel canale, da lui considerato il confine sud della Brianza County. La verità è che se ti muovi per la Brianza meridionale il Villoresi lo  trovi dappertutto, come il prezzemolo. E' una presenza esotica ma allo stesso tempo amica, silenziosa e discreta salvo in qualche punto dove scroscia pesante, come al cosiddetto quinto salto della foto, dove il Villoresi fa una generosa cateratta in pieno centro di Monza.

Quell'acqua svizzera (non dimentichiamo che è acqua del Ticino, quindi alla fin fine acqua extracomunitaria) fluisce da ovest ad est, parallelamente al Po, sfruttando la pendenza naturale della val padana. Idea semplice e bella intuizione, quella che Villoresi ebbe: i tanti abitanti lungo il canale che gli ciucciano gratis l'acqua per annaffiare i prati e gli orti delle loro case ringraziano commossi.

Ma il quinto salto merita un discorso in più: è infatti una vita che si parla di sfruttare quella cascata artificiale per produrre energia pulita. Con l'incentivo dei cosiddetti certificati verdi (che esistono da almeno sei anni) un impianto del genere si ripagherebbe dopo due-tre anni. Energia rinnovabile in pieno centro di Monza, mi merviglio che l'amministrazione comunale non sia mai andata oltre un mero progetto di fattibilità.

Roba da farlo subito, un impianto del genere. E tuttavia temo che, se un impianto del genere non lo ha realizzato l'amministrazione di centro-sinistra uscente dell'ex-sindaco Faglia, senz'altro più fatica farà a pensarci quella di centro-destra, del sindaco Mariani. In tutt'altre beghe politiche affaccendata, vista la recente elezione a neo-Presidente della Provincia del vicesindaco Allevi.

Postato da: brianzolitudine a 21:00 | link | commenti (8) |
monza, villoresi

mercoledì, 31 dicembre 2008

Brianza Yankees

HPIM1932

Catafalco in piazza Trento e Trieste,

nostra elefantiaca Iwo Jima

pronta a incunearsi sotto le feste

natalizie e far da sponda tra il prima

e il dopo della morte a foreste

di fanti falciati, impalati in cima

al Grappa, al Montello o sopra altre creste

anonime in quota, cadendo prima

del crucco cecchino di là piazzato

in trincea, monzesi senza finale

di gloria infilzati al reticolato,

squartati sul Piave come il maiale

che si dissanguava in cascina, urlando

miserere a Cristo e porci al comando.

 

Il Monumento ai Caduti a Monza è intitolato ai 600 morti monzesi della Prima Guerra Mondiale. Esso risiede al centro della grande piazza monzese Trento e Trieste, dominando con la sua mole ingombrante tutta la piazza principale della città. Si tratta di un monumento di non pregevolissima fattura artistica, che di recente è stato esposto al rischio di essere modificato, se non asportato dalla sua sede per essere portato al cimiero di Monza, ma ciò come si sa ha suscitato nella popolazione locale forte scandalo, per il suo significato commemorativo.

Esso fu inaugurato il 31 ottobre 1932, assai tardi rispetto alla fine della guerra e dopo forti polemiche per l’attribuzione e realizzazione dell’opera. Non so a quanti dia lo stesso effetto, ma a me quel monumento ricorda la celebre foto dei soldati americani a Iwo Jima, e proprio per qullo ho affiancato le due foto sopra in esergo. Il tema è il medesimo, quello della morte di guerra. E tutti i morti in guerra, alla fin fine, si somigliano.

Ma mentre la fotografia dei soldati di Iwo Jima contiene una forza tipica dell’immediatezza del momento in cui è stata realizzata, il monumento ai caduti di Monza (ancora di più oggi, con quel cantiere di ristrutturazione in corso e che pare non finire mai) ha una sua enfaticità pesante, che ha inchiodato e imballato quella che era una delle più belle piazze della Brianza: il Pratum Magnum di Monza, piazza Trento Trieste, appunto. (ecco qui di fianco un'altra rara immagine - a proposito: grazie,  Arengario.net - che illustra come si presentasse il luogo prima dell'installazione).

La storia del monumento mostra essa stessa, nella sua lenta genesi realizzativa, la fatica tutta brianzola che si manifesta quando le nostre comunità intendono trasformare il proprio paesaggio urbano. Il concorso per la realizzazione del monumento fu infatti bandito nel 1922 e la scelta del progetto vincente fu affidato a una giuria che comprendeva gli scultori Wildt e Graziosi, l’architetto Moretti oltre ovviamente a influenti personalità monzesi.

Al primo bando la commissione non ritenne valido alcun vincitore, che fu deliberato solo dopo il lancio del secondo bando. Alla fine fu scelta l’opera che si ammira oggi in piazza, l’Ondata gloriosa d’assalto dello scultore Gaetano Panciera. Il monumento mostra undici figure di combattenti della prima guerra mondiale, undici yankee brianzoli armati di spada e scudi, dalle forme che si concatenano in uno sforzo potente e doloroso per conquistare una vetta, da cui si slancia infine la vittoria alata.

La realizzazione dell’opera occorse ben dieci anni e quando fu inaugurata il 31 ottobre 1932 in pieno regime mussoliniano (qui accanto c’è la foto del Duce in persona, che presenziò quel giorno alla inaugurazione), l’opera rilevava tutta quella ispirazione datata tipica del simbolismo del primo Novecento. Restava solo quel dinamismo e quella retorica della guerra vincente, in quel monumento, che Mussolini probabilmente sfruttò nel discorso inaugurale di fronte alla popolazione monzese.

Detto questo, a mio avviso il monumento è giusto che rimanga lì dove è, anche se la piazza starebbe meglio senza quel catafalco pesantissimo e non poco retorico che la riempie. Giusto solo per la memoria di quei seicento nomi che ci sono scritti sopra, fratelli brianzoli nostri che, senza tante menate e polemiche, zitti e muti partirono ventenni o giù di lì a combattere verso il confine del Piave, obbedendo a ordini spesso assurdi e senza più tornare.

P.S. ecco qui una piccola chicca che ho appena scovato: lo stralcio del discorso di Mussolini all'inaugurazione del monumento ai caduti, in piazza Trento e Trieste:

CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO DEL DISCORSO

Camerati monzesi, camicie nere,

Venendo tra voi io ho adempiuto alla mia promessa. Ne avevate mai dubitato? (No). Lo credete che io mantenga sempre le mie promesse? (Si). E poi…. Poi ritardavo a venire a Monza per vedere la trasformazione che si è operata anche in questa vostra illustre città.

E poi perché io non posso dimenticare – io non dimentico nulla – che i primi 100 fucili a difesa del popolo d’Italia vennero dalle squadre di Monza (Applausi).

Ed ora, o camerati, quando voi avrete preparato e compiuto un altro blocco di opere, io vi prometto che le verrò a visitare e come sempre manterrò questa promessa.

(Duce, Duce, Duce)

Postato da: brianzolitudine a 08:53 | link | commenti (9) |
monza, barzanò

martedì, 25 novembre 2008

Brianza Black Hole

E’ l’ultima volta che la vedete,

guardatela bene! Alzando la gonna

quell’ausiliaria infernale, donna

falciatrice d’anime in calze a rete,

fica e reggicalze a smaltire sete

di sesso ai nazisti pronti in colonna

per farsela, quei due facce da prete

che a terra invocavano la Madonna

quella monaca di Monza dell’anno

ventunesimo dell’era fascista,

neo-sacerdotessa del male, seno

debordante e sguardo da satanista,

da quel buco nero nazi-alemanno

indirizzava a Dio, col suo gesto osceno.

 

Era la mattina del 7 giugno 1944 e questa scena, forse più degna di un “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, appariva nella Casa della Milizia di Monza a un Roberto Costa appena arrestato, gesto osceno di una perversa ausiliaria intravisto dalla porta semiaperta di una stanza di interrogatorio e rivolto a due ragazzi a terra, gonfi di tortura e percosse.

Un gesto perverso che riempie Roberto Costa di nausea, paura e disgusto. Costa, che sarà il primo redattore di Radio Milano Libera nell’aprile del 1945, era stato arrestato quella stessa mattina nei giardini pubblici di Vimercate, dove doveva accompagnare un amico partigiano a un incontro importante, ma dove era stato catturato in seguito alla soffiata di una spia.

Dalla Casa della Milizia di Monza il Costa riuscirà a fuggire quello stesso pomeriggio, sgusciando faticosamente dal finestrino del gabinetto, ma quella scena di sadica violenza degenere da parte di quella ausiliaria, nei confronti di due anonimi ragazzi gappisti prima massacrati di botte e poi finiti sepolti chissà dove, lo accompagnerà per tutta la vita.

Un cupo satanico ricordo della Brianza, per il giornalista milanese Roberto Costa.

Postato da: brianzolitudine a 23:00 | link | commenti (4) |
monza

mercoledì, 12 marzo 2008

Brianza Spring

primavera-1478

Quattordici marzo milletrecento-

diciannove: dagli arcani budelli

della Primavera del Botticelli

questa data è estratta con gran talento

di acuto studioso enigmista, attento

ai mille dettagli: i fiori, i fuscelli,

le mani, le dita, i lunghi capelli

delle tre Cariti, il Mercurio intento

a indicare un punto appeso nell’aria

dove – ci crediate o no – ci sta il Santo

Graal, l’Ultima Thule; è l’idea che ronza

fissa nella testa ultraletteraria

di quel cervellone, secchione alquanto,

Giancarlo Gianazza ingegnere in Monza.

 

C’est le printemps! Arriva la primavera, e come festeggiarla meglio con voi lettori affezionati, se non con questa chicca che vi sto or ora illustrando? Se siete amanti del mistero e delle teorie esoteriche stile Dan Brown, aggrappatevi alla sedia, vi sto portando in una eccezionale galassia interpretativa dei più grandi capolavori pittorici e letterari dell’Italia medievale, umanistica e rinascimentale: la Divina Commedia di Dante, la Primavera del Botticelli, la Gioconda e il Cenacolo leonardesco.

Una interpretazione che porta dritta dritta alla scoperta del luogo dove sta ancora nascosto il Santo Graal, a suo tempo celato in una grotta presso un fiume islandese da ottanta cavalieri templari, nella seconda metà del XIII secolo.

E' il brianzolo monzese Giancarlo Gianazza, ingegnere appassionato di letteratura, esperto d'arte e di astronomia, che ha compiuto questo miracolo interpretativo che ha davvero dell’incredibile, che può far sorridere appena lo si sente enunciare (e ho sorriso anch’io all'inizio, ma poi vista la mole e l’accuratezza della ricerca, ho dovuto ammettere che il brianzolo Gianazza ha le sue ottime ragioni).

Una premessa: qui per brevità enuncerò (dandola per dimostrata) l’interpretazione prodigiosa dell’Ing. Gianazza, mentre la verifica analitica di quanto egli ha dimostrato la potete trovare nel suo dettagliatissimo libro I Custodi del Messaggio, Sperling & Kupfer.

Veniamo dunque al sodo: secondo l’Ing. Gianazza, Dante Alighieri, Sandro Botticelli e Leonardo da Vinci sarebbero i depositari della più custodita e antica conoscenza templare, il luogo dove il Santo Graal (qualunque cosa esso rappresenti) è tuttora celato. La storia nasce nel 2002, quando Gianazza scopre – servendosi di un codice digitale basato sulla posizione delle mani delle figure umane ivi ritratte – la vera interpretazione della Primavera del Botticelli (un dipinto, per inciso, che si è sempre rivelato un grande mistero interpretativo): il quadro della Primavera in realtà è un messaggio in codice e rappresentata una data: il 14 marzo 1319, primo giorno di primavera dopo l’equinozio di quell’anno (ricordiamo che la correzione gregoriana al calendario non era ancora a quei tempi applicata).

Il 14 marzo 1319 non è un giorno casuale: è il giorno in cui, agli inizi del Paradiso dantesco, Dante entra nel Paradiso Terrestre e inizia un viaggio che lo porterà su in alto, verso le vette del Paradiso. Ed è, nell’interpretazione del Gianazza, il giorno in cui Dante inizia in realtà (a due anni dalla morte) un viaggio che lo porterà all’Ultima Thule, dove sta celato il Santo Graal: l’isola dell’Islanda.

Tramite una precisa e inoppugnabile decrittazione di tutti i canti del Paradiso, nel suo libro Gianazza dimostra come quella ascesa verso il Paradiso non sia altro che il cammino di Dante lungo la Via Francigena per arrivare in Scozia e poi, successivamente, da lì imbarcato verso l’Islanda. E in Islanda, percorrendo il corso del fiume Jokulfall che scorre parallelo alla più vecchia strada islandese, la Kjolur Route, Gianazza dimostra con precisione millimetrica di latitudine e longitudine decifrate dai versi danteschi, nonché dai quadri di Leonardo e Botticelli, come la candida rosa dei Beati dove siede Beatrice sia riconoscibile in un anfiteatro naturale con sedia rettangolare: il seggio di Beatrice, appunto.

E’ in quel luogo dove sta nascosto ciò che i Templari e Dante hanno difeso per tanto tempo. E qui tra geyser nel centro dell’Islanda, mediante prospezioni geologiche Gianazza ha proprio l’estate scorsa identificato a quattro metri sottoterra, proprio nel punto preciso indicato dai versi danteschi, una caverna rettangolare. E, per dimostrare con spirito genuinamente popperiano che la sua interpretazione non è una fola, questa estate l’Ing. Gianazza effettuerà finalmente col consenso delle autorità islandesi lo scavo dalla superficie verso quella caverna, che potrebbe celare uno dei più grandi misteri ultimi della civiltà occidentale.

Mettendosi scientificamente alla prova in questo modo, con questo esperimento cruciale, l’Ing. Gianazza vuole dimostrare come la sua originalissima interpretazione della Primavera botticelliana e della Commedia dantesca, alla quale ha lavorato a tempo pieno per oltre otto anni, sia ben più di una semplice teoria.

Ho conosciuto personalmente l’Ing. Gianazza, cercando di confutarlo su numerosi punti della sua interpretazione che mi sembravano critici o non del tutto chiari, inutilmente. L’interpretazione di Gianazza non fa una piega ed è rigorosissima, confortata da una cospicua mole di dati sperimentali. Che dirvi dunque? Non vi chiedo di credergli a scatola chiusa, ma se volete saperne di più e farvi una idea più chiara su questo appassionante segreto svelato da un brianzolo, consultate innanzitutto questo link.

Oppure ancora meglio, per rimanere costantemente aggiornati con le ricerche dell’Ing. Gianazza che ormai stanno volgendo al termine (positivamente per lui, davvero gli auguro), consiglio quest’altro sito: http://www.gopfrettir.net/open/GiancarloGianazza/.

Ma ricordatevi in ultimo di ringraziare la Brianzolitudine, perché queste storie appassionanti in altri blog, quando mai le trovate?

Postato da: brianzolitudine a 20:34 | link | commenti (20) |
monza

sabato, 23 febbraio 2008

Brianza Green

Golf Monza

Hoo tant domandàa in gir, ma nessun sa

se in quel grand praa de golf (dove se giuga

coj balett bianch) tutt liber pòden nà

o pur minga. Come la volp e l’uga

quajdun me dis: l’è mej ch’el sia vietà,

almen resta bel nett, ma vun che ruga

come chi scriv l’è minga soddisfaa

de ‘sta risposta, el mè cervell se suga

a furia de pensà a questa domanda:

se quell gran tocch de parch dovaria vess

on loeuch avert a tutt, sia a quella banda

de scior cont i mazzett che ghe va spess,

ma pur a nunch; ho pur sentì el Comun

de Monscia, e indovinii? Sa nient nessun.

 

E’ uno dei misteri del Parco di Monza, se quel campo da golf a 18 buche tanto esclusivo, che si mangia un quindici per cento della superficie del Parco, sia aperto a tutti oppure no.

Ho chiesto in giro, le risposte che ho ricevuto sono di tutti i tipi: c'è chi dice che si può entrare nel club, ma non camminare sul green, oppure che non si può entrare per niente, oppure si può entrare a piedi e non in bicicletta, oppure che occorre chiedere volta per volta un permesso alla direzione, oppure ti dicono non lo so, chiedi al Comune (fatto, ma pure lì solo risposte incomplete o evasive).

Fosse un terreno privato, capirei. Ma è Parco di Monza quell'area, oppure no? Ed è mai possibile che sia perennemente alienata in favore di poche decine di abbonati? Possibile che nessuno sappia dare una direttiva ufficiale scritta, una indicazione precisa?

La superficie occupata dal golf è all'incirca pari a quella impegnata dal contorno della pista dell'autodromo, con la differenza che nei boschi e nei prati interni della pista - come nel bosco bello ad esempio - ci si può liberamente entrare, salvo i giorni di gara. L'area del Golf Club invece nisba, è una fetta consistente di Parco pubblico ad esclusivo beneficio di pochi privilegiati, tutto l'anno e senza interruzione dal primo gennaio al 31 dicembre.

Anche i movimenti ambientalisti locali più estremi - tanto amici del Parco e così solerti a lamentarsi della pista, a ricordarci quanti alberi c'è costato l'autodromo - in questo caso stranamente tacciono (e badate che nel 1927 di alberi ne sono stati segati a iosa, per fare posto al green). Che ci sia dietro qualche radical chic maggiorente, in puro cachemire rosso iscritto al club, a frenare in tal senso?

Parrebbe quasi che la lobby dei scior, con l'esclusiva ad accedere a quei tappeti verdi, abbia eretto un muro di gomma istituzionale verso questa banale domanda: ma dove sta messo il regolamento ufficiale che disciplina l’accesso al prato del Golf nel Parco di Monza, da parte di terzi non giocatori?

A chiunque mi volesse rispondere: Thank You very much in advance for Your kind answer.

Postato da: brianzolitudine a 09:36 | link | commenti (16) |
monza

venerdì, 15 febbraio 2008

Brianza Chicks

chicks

Quando la rivedo mi dà allegria,

quella gallinella coi suoi pulcini

d’argento, che tiene rossi rubini

al posto degli occhi e lungo la via

spiega ai nuovi nati la malattia

di vivere; e imparano, quei piccini

beccando beati dentro i confini

rotondi del mondo: è una fantasia

orafa metafora della vita,

nata delle mani di un longobardo

sconosciuto, di una grazia infinita

pari all’altra chioccia, col suo miliardo

di stelle là appesa in cielo che invita

a seguirla in volo, incanto allo sguardo.

 

Dio me l’ha dato, guai a chi lo tocca! Oggi finalmente protagonista è il mio avatar, dopo tanto girovagare per il Brianzashire. Avatar che, per chi non lo sapesse, è la Corona Ferrea; forse ne ho già parlato e mi sto ripetendo, ma l’occasione di farlo è molto particolare: la recente riapertura del Museo del Duomo di Monza. Oggi totalmente rinnovato, suprema delizia per gli occhi brianzoli e non.

Un Museo cosiddetto ipogeo, realizzato cioè nel sottosuolo, con le opere in audace penombra. Dove un nuovo tipo di illuminazione a luce led consente di creare una atmosfera intima, raccolta, quasi catacombale, che invita alla riflessione e alla meditazione ricreando il clima paleocristiano dell’altissimo Medioevo.

cfE ora la Corona Ferrea: è un diadema formato da sei lamine d'oro rettangolari e unite da cerniere, adorna di 46 gemme poste all'interno di una raffinata lavorazione floreale a sbalzo in oro smaltato. L'interno della corona ha una sottile lamina di ferro che secondo la leggenda sarebbe stata forgiata da uno dei chiodi usati per la crocifissione di Gesù. Di incerta datazione e di origine controversa: si narra che la Corona Ferrea fosse stata donata da Sant'Elena al figlio Costantino, quindi venne in possesso dell'Imperatore d'Oriente, in seguito fu di Gregorio Magno che la diede in dono a Teodolinda regina dei Longobardi.

Venne considerata il simbolo del Regno Italico e per tale motivo Monza fu detta Città Regia. Date le sue dimensioni ridotte, 15 centimetri di diametro e 5,3 centimetri di altezza, sono state avanzate diverse ipotesi sul suo uso: un collare, una corona votiva, una reliquia. Fu usata comunque per incoronare re ed imperatori, da Carlo Magno a Ottone I, da Berengario nell'888, a Enrico IV nel 1081. In seguito furono incoronati Federico I il Barbarossa nel 1158, Arrigo VII nel 1311, Carlo V nel 1530, Napoleone I nel 1805 (Dio me l’ha data…) e Ferdinando I d'Austria nel 1838. Portata a Vienna nel 1859, fu restituita all'Italia nel 1866 e conservata nella cappella di Teodolinda all'interno del Duomo di Monza.

Ma guai ad andarci in quel Museo solo per contemplare la mitica corona: là ci sta dell’altro, molto altro. Il Tesoro del Duomo di Monza non è composto infatti solamente dalla Corona Ferrea, c’è anche da una ricca raccolta di cimeli d'arte barbarica oltre ad altri oggetti preziosi di epoche successive e antiche stoffe paleocristiane. Vi si trovano molteplici opere di oreficeria di epoca longobarda, mitre e tessuti, arazzi, avori scolpiti e incisi, reliquie.

Fra questi l’oggetto più famoso e originale è senz’altro La chioccia con i sette pulcini - simbolo longobardo della vita - realizzata in argento dorato, con rubini incastonati negli occhi della chioccia e smeraldi in quelli dei pulcini. E’ un'opera datata intorno al sesto secolo. Questa chioccia mi ha sempre intrigato: un oggetto simpaticissimo per la sua naturalezza e incantevole nella sua arcana perfezione. La chioccia, molto probabilmente più antica del resto della composizione, fu lavorata a sbalzo mentre i pulcini, più recenti, furono ottenuti per fusione.

La mia interpretazione è che questa opera orafa sia la metafora delle Pleiadi, la costellazione boreale detta popolarmente chioccia (chioccetta infatti la chiama il Pascoli, nominandola nel Gelsomino Notturno), e i sette pulcini siano le sette maggiori stelle della costellazione medesima (le sette sorelle). Se vi interessa, eccovi un bel link che parla delle Pleiadi, sia dal punto di vista astronomico che antropologico e mitologico.

La tradizione vuole che questo lavoro di orificeria appartenesse alla regina Teodolinda e che fosse stato rinvenuto nella sepoltura della stessa. Il gruppo venne probabilmente commissionato dalla regina Teodolinda oppure da lei portato direttamente dalla Baviera, e compare tra i doni offerti dalla regina a S.Giovanni Battista nel rilievo della lunetta del portale del Duomo di Monza

Ma altre cose notevoli, nel Museo: il dittico di avorio detto di Stilicone, Eucherio e Serena del IV secolo, la tazza di zaffiro (si tratta di uno splendido calice gotico), la coperta dell'Evangelario di Teodolinda in oro, pietre preziose e perle; sedici ampolle che custodivano l'olio delle lampade che ardevano nei luoghi Santi; il Reliquiario del Dente di San Giovanni Battista; la Croce di Berengario; i frammenti delle vesti di San Gregorio Magno; il calice di Gian Galeazzo Visconti; gli arazzi con le storie di San Giovanni Battista; un Tabernacolo in avorio del 1400.

Il tutto per rendere la visita in questo Museo una vera full immersion nell’arte e nella cultura Longobarda, elemento fondante della nostra brianzolitudine.

Per orari ed informazioni del nuovo Museo del Duomo di Monza: http://www.museoduomomonza.it. Credits: www.monzacom.it

Postato da: brianzolitudine a 20:52 | link | commenti (15) |
monza

mercoledì, 13 febbraio 2008

Brianza Spleen

Arengario1

La brianzolitudine di esistere

coglie ad un’ora incerta

sotto l’area coperta

dell’Arengario, sempre lì ad assistere

tra le sue arcate chi vuole resistere

nella notte deserta

alla condanna inferta

dalla smania di vivere, di insistere

tra viale Italia e via della Signora

a chiedersi che vale

cercare un nesso in quella secca gora

del fiume Lambro, prima che l’aurora

ricominci il finale

di un’esistenza cotta senza sale.

 

L’altra sera al Binario Sette di Monza un amico mi ha chiesto che volesse mai dire brianzolitudine, o almeno quale fosse la parola alternativa che meglio ne rendesse il senso. Che rispondere? Almeno come la sento io, la brianzolitudine è un sentimento intraducibile, connesso al fatto di essere brianzolo (cara grazia!): un mood fatto di memoria, di malinconia, di sofferta saudade mista a un senso di inadeguatezza del presente rispetto al passato, nonchè di accettazione, ma anche di condivisione dei mutamenti economici.

Proprio saudade poteva essere la parola chiave, ma io credo che il lemma che si avvicina di più al concetto di brianzolitudine sia il vocabolo anglo-francese spleen, che il De Mauro illustra così:

spleen
s.m.inv.
ES ingl. TS lett., stato d’animo di profonda malinconia, insoddisfazione e noia

In francese, spleen rappresenta la tristezza meditativa, la melancolia. Il temine venne come ben sapete reso famoso dal poeta Charles Baudelaire. La concezione di spleen e di melancolia deriva dalla medicina greca degli umori: uno di questi era prodotto dalla milza (in inglese, appunto, spleen). Questo concetto si ritrova anche nel Talmud, che identifica la milza come organo del riso.

Con questo, non voglio dire che il brianzolo sia un triste e malmostoso personaggio, perennemente immusonito e depresso. Egli ha anche i suoi momenti di gioia, soprattutto nei periodi estivi. Il top della felicità – ottenuta anche con il supporto di abbondanti libagioni di vino all’osteria o in cascina – in passato lo si raggiungeva tra il 15 e 16 agosto, feste di ferragosto e San Rocco, nelle quali era concesso a tutti lasciarsi andare in una breve licenza alcoolica: quarantott'ore di ciocca, di sbronza felice, di fuga dalla realtà.

Il brianzolo oggi invece il ferragosto lo passa in spiaggia, in vacanza. Dove quella voglia di far festa a tutti i costi (penso ai ferragosti sulle spiagge romagnole, ad esempio) a me mette sempre tanta tristezza. Meglio senz’altro lo stile medio, meglio la brianzolitudine, magari anche a ferragosto. Parola di Brian.

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