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sabato, 05 aprile 2008

Brianza Fashion

Armatura

I Negroni di Ello, detti i Missaglia;

Pietro il padre fondatore, poi il figlio

Tommaso e a seguire, con duro piglio

d’armaiolo imprenditore di vaglia

il nipote Antonio, che fece maglia

robusta e armatura lustra a smeriglio

più visiera ed elmo d’aspro cipiglio

a ogni cavaliere sceso in battaglia

in difesa di Milano: è famiglia

brianzola trasferitasi (maglio

e martello ed ogni altro bagaglio

d’armaiolo) in via Spadari e qui a briglia

sciolta produttrice d’ogni dettaglio

di armature degne di meraviglia.

 

La famiglia Negroni di Ello, soprannominata Missaglia (per un ramo di parentela derivante dall’omonimo paese brianzolo), rappresenta lo stemma araldico forse meno noto ma senz’altro tra i più importanti della storia del Granducato di Milano. Tre generazioni di Negroni, a partire dal nonno Pietro da Ello, furono infatti i fabbricanti di armature per eccellenza non solo per il territorio del milanese, ma per l’Europa intera. E rappresentarono un elemento di potenza per il Granducato simile a quello che ha oggi la Lockheed Army per gli Stati Uniti.

Le armature dei brianzoli Negroni-Missaglia, nel quindicesimo secolo non furono peraltro solo un elemento di combattimento, ma anche di eleganza e di prestigio tanto erano belle e si distinguevano, visibili splendide-splendenti e lustre anche a centinaia di metri di distanza. Esse furono il simbolo massimo del nascente artigianato brianzolo: erano a quei tempi l’equivalente delle odierne Ferrari. Solo una pulzella castissima e pudica poteva infatti resistere e non lanciare una occhiata di ammirazione a un cavaliere figaccione che sfilasse indossando una armatura firmata dalla premiata maison Missaglia.

Potremmo dire che i Missaglia rappresentarono la prima casa di alta moda maschile della storia europea (una specie di Armani ante-litteram). Aver appesa nell’armadio del castello una armatura Missaglia era per il cavaliere sborone e cucadòr di quei tempi una questione di prestigio e di irrinunciabile eleganza.

La tradizione di armaioli della famiglia Negroni iniziò come dicevo a Ello, a partire dal capostipite Pietro, agli inizi del quattrocento: la fama di Pietro quale eccelso battitore di lastra di ferro per armatura si sparse subito per tutto il Granducato e giunse ovviamente fino alle orecchie della famiglia Sforza, che fece alla sua famiglia ponti d’oro per convincerla a venire a Milano. Pietro, fedele al detto brianzolo chi volta el cu a Milan, volta el cu al pan, non si fece pregare e lasciò quel piccolo paesino di Ello tra le boscose colline brianzole, luogo obiettivamente scomodo per il trasporto delle pesanti armature, che Francesco Sforza voleva produrre in quantità industriale.

Tommaso Negroni, figlio di Pietro, proseguì e consolidò l’attività del padre nel centro di Milano nei primi decenni del XIV secolo. Egli è infatti documentato nel 1430 in posizione di rilievo, come suggerisce il fatto che aveva clienti in Romagna ed in Toscana. La dimensione commerciale dell’impresa risultava ancor più eloquente nel 1436 quando si rese necessario recuperare un largo giro di crediti per armature fornite in Catalogna, Navarra, Galizia e Sicilia.

Alla morte del padre Tommaso, avvenuta nel 1452, il primogenito Antonio prese decisamente la guida dell’azienda, mettendo a profitto la già notevole esperienza acquisita lavorando in officina. Nonostante fossero in otto, i fratelli Negroni-Missaglia dovettero sovente ricorrere a procuratori per tener dietro al crescente giro d’affari. Il prestigio europeo del loro marchio era altissimo, come il prezzo della loro produzione che, contando su una domanda senza flessione, essi tenevano elevato anche per compensare la lentezza degli incassi.

Va detto che la loro armatura era in quel momento ambita anche per l’esaltazione dell’immagine che offriva a chi la portava. Più che l’utilità doveva dunque soddisfare la vanità e questo faceva della bottega dei Missaglia (come già dicevo) piuttosto un atelier che non un’armeria. E loro, i Missaglia, ci sapevano fare, da provetti manipolatori del ferro e da attenti conoscitori del mondo delle officine, alle quali tornava loro facile assegnare delle sub-forniture. La loro potenza di fuoco produttiva era eccezionale: narra il Verri nella sua Storia di Milano che le officine Missaglia furono in grado in pochissimi giorni di rifornire di armature un esercito composto da quattromila fanti e duemila cavalieri.

Forse in quel caso armature non tutte così belle come quella della foto in esergo, ma i numeri danno l’idea di che taglia  fosse l’industria armaiola del ferro della famiglia Negroni-Missaglia, (industria che è sopravvissuta nell’artigianato e lavorazione del ferro tipica della Brianza odierna). Gli Sforza, di fronte a una famiglia così importante dal punto di vista strategico, non poterono esimersi dal riconoscere ai Missaglia un titolo nobiliare, facendo Antonio conte della Corte di Casale.

Il 15 luglio 1472 la Corte fu concessa da Galeazzo Maria Sforza: si badi che qui non si parla della corte di Casale Monferrato, ma di quella della brianzola città di Canzo, dove si trovavano miniere di ferro. Alla Corte di Casale appartenevano le terre di Canzo (Canz), Caslino (Caslìn), Proserpio (Presèrp), Longone (Longòn), Castelmarte (Castèll Mart), Arsago (Arzach), Campolongo (Camp Lonch), Bindella (Bindèla), Mariaga (Mariaga), Incasate (Incasaa) e altre cascine.

La ferriera che qui impiantarono venne anche consigliata dal bisogno di potenziare le capacità produttive. Già nel 1462 Antonio Negroni aveva rivolto a Francesco Sforza la richiesta di concessione delle miniere di ferro nella zona di Canzo, ricordandogli che:

…perché nel tempo da la guera, per lo grande mancamento de ferro darme che alora era a Milano, per le frequente e continue inhibitione facevano li veneziani de lassar condur ferro in questa parte, lo nostro illustrissimo signore con grande istanza disse ad Antonio Missalia industriarse quanto gli fosse possibile di trovare modo, et ora de podere fare fabricare ferro et maxime darme insu lo suo dominio per non stare ad tanta subiectione de ferro, onde dicto Antonio, attento lo grande desiderio del prefato signore, con grande industria, spexa et faticha, ha trovato uno monte nel territorio de Canzo in la plebe di Inzino del ducato di Milano, dal quale per esperienza facta per dicto Antonio se scaverà bona vena per fabbricare ferro.

La potenza industriale ed economica della famiglia Missaglia verso la fine del secolo divenne immensa: nel 1492 gli ambasciatori veneti Contarini e Pisani visitarono a Milano la dimora di Antonio Missaglia, in via degli Scudari vicino al Duomo, e rimasero stupefatti dallo sfarzo; quando quella casa andò a fuoco per l'opera di spegnimento intervenne Ludovico il Moro in persona. Sarebbe interessante poter dimostrare una interazione tra il boss della premiata ditta Missaglia e Leonardo da Vinci nello studio dell’evoluzione tecnologica dell’armatura. Sicuramente Antonio e Leonardo si conoscevano, banalmente perché frequentavano la medesima corte milanese.

Il grande Antonio, che aveva portato ai massimi vertici la già solida attività del padre Tommaso, morì nel 1496 non senza qualche giustificata preoccupazione. Con il tramonto del Ducato di Milano e l’arrivo dei Francesi il gigantesco giro d’affari si dissolse in pochi anni e dell’immenso patrimonio i Negroni si tennero quello distribuito in Brianza. Solo la ferriera di Canzo continuò a produrre per qualche decennio, frequentata da una folla internazionale di magistri e trafficanti affascinati dal prestigio intramontabile della maison Missaglia.

In realtà, ad uccidere il business delle armature fu semplicemente l’evoluzione tecnologica: a seguito dell’avvento della polvere da sparo (invenzione dal valore strategico pari a quello della bomba di Hiroshima), la strategia di combattimento in campo aperto con l’arrivo delle pallottole e delle palle di cannone cambiò radicalmente, e fece morire una difesa obsoleta come l’armatura.

La prima testimonianza di questo cambiamento avvenne il 27 aprile 1522, quando le truppe francesi di Francesco I affrontarono nei pressi della Bicocca, località a Nord di Milano, le truppe di Carlo V e dei suoi alleati pontifici, spagnoli e tedeschi agli ordini di Stefano Colonna. Carlo V ne uscì vincitore. La battaglia della Bicocca segnò il primo importante scontro bellico vinto con l'uso delle armi da fuoco. Con esso comincia il declino dell'armatura guerresca.

Sul finire del secolo, nel tentativo di proteggere contro i colpi del moschetto, si era resa l'armatura così pesante che le truppe si rifiutavano di indossarla e spesso si doveva ricorrere ad un aumento di paga per invogliare i soldati ad usarla. Anche la tradizione del  torneo decadde lentamente. Ma la memoria dei Negroni-Missaglia per gli amanti di armi ed armature permane imperitura, come simbolo di un marchio dal fascino inestinguibile.

Postato da: brianzolitudine a 09:46 | link | commenti (11) |
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sabato, 17 settembre 2005

Casa di Riposo in Alta Brianza

Alberi di tiglio aspettano i vènti

che a nord si preparano a scompigliare

quelle foglie, in quel cortile dai lenti

pensieri che annaspano in mezzo al mare

di neuroni lucidi e adolescenti

allora, ormai torbidi oggi. E sperare

che i figli, i nipoti od altri parenti

ritornino, è inutile: in quell'alveare,

due letti per stanza, l'ecosistema

umano si sfronda quando il maltempo

della morte incombe e - da passatempo

quale era - il respiro si fa enfisema;

sussurri d'autunno inseguono il tempo,

la mano sinistra di un vecchio trema.

 

Nella casa di riposo del mio paese ricordano ancora bene l'ultimo suicidio. Il vecchio ultraottantenne aveva notato la finestra lasciata aperta nella sua stanzetta doppia al terzo piano e - semplicemente - non ce l'aveva fatta a resistere.

Ma chissà perchè, i milanesi fanno a gara ed insistono nel piazzare in queste case di riposo brianzole i loro vecchi, convinti che l'aria buona e la costanza di visite domenicali e/o natalizie sia la medicina contro il cancro della vecchiaia.

Purtroppo l'aria fa quello che può e le visite non sono sempre assidue e prolungate, così come erano state pianificate nelle pur buone e originarie intenzioni.

In questi giorni grigi di fine estate (o inizio autunno), quando al mattino presto passo accanto in auto, guardo nel giardino della casa di riposo e mille pensieri strani affollano la mia mente. Per fortuna in fondo alla strada del pensionato c'è uno stop, devo frenare, stare attento e guardare bene per uscire, perchè il traffico della vita la in fondo è sempre molto intenso.

E così i brutti pensieri se ne devono andare via. Almeno fino alla mattina dopo.

Postato da: brianzolitudine a 11:48 | link | commenti (14) |
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