
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
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I Negroni di Ello, detti i Missaglia;
Pietro il padre fondatore, poi il figlio
Tommaso e a seguire, con duro piglio
d’armaiolo imprenditore di vaglia
il nipote Antonio, che fece maglia
robusta e armatura lustra a smeriglio
più visiera ed elmo d’aspro cipiglio
a ogni cavaliere sceso in battaglia
in difesa di Milano: è famiglia
brianzola trasferitasi (maglio
e martello ed ogni altro bagaglio
d’armaiolo) in via Spadari e qui a briglia
sciolta produttrice d’ogni dettaglio
di armature degne di meraviglia.
Le armature dei brianzoli Negroni-Missaglia, nel quindicesimo secolo non furono peraltro solo un elemento di combattimento, ma anche di eleganza e di prestigio tanto erano belle e si distinguevano, visibili splendide-splendenti e lustre anche a centinaia di metri di distanza. Esse furono il simbolo massimo del nascente artigianato brianzolo: erano a quei tempi l’equivalente delle odierne Ferrari. Solo una pulzella castissima e pudica poteva infatti resistere e non lanciare una occhiata di ammirazione a un cavaliere figaccione che sfilasse indossando una armatura firmata dalla premiata maison Missaglia.
Potremmo dire che i Missaglia rappresentarono la prima casa di alta moda maschile della storia europea (una specie di Armani ante-litteram). Aver appesa nell’armadio del castello una armatura Missaglia era per il cavaliere sborone e cucadòr di quei tempi una questione di prestigio e di irrinunciabile eleganza.
La tradizione di armaioli della famiglia Negroni iniziò come dicevo a Ello, a partire dal capostipite Pietro, agli inizi del quattrocento: la fama di Pietro quale eccelso battitore di lastra di ferro per armatura si sparse subito per tutto il Granducato e giunse ovviamente fino alle orecchie della famiglia Sforza, che fece alla sua famiglia ponti d’oro per convincerla a venire a Milano. Pietro, fedele al detto brianzolo chi volta el cu a Milan, volta el cu al pan, non si fece pregare e lasciò quel piccolo paesino di Ello tra le boscose colline brianzole, luogo obiettivamente scomodo per il trasporto delle pesanti armature, che Francesco Sforza voleva produrre in quantità industriale.
Tommaso Negroni, figlio di Pietro, proseguì e consolidò l’attività del padre nel centro di Milano nei primi decenni del XIV secolo. Egli è infatti documentato nel
Alla morte del padre Tommaso, avvenuta nel 1452, il primogenito Antonio prese decisamente la guida dell’azienda, mettendo a profitto la già notevole esperienza acquisita lavorando in officina. Nonostante fossero in otto, i fratelli Negroni-Missaglia dovettero sovente ricorrere a procuratori per tener dietro al crescente giro d’affari. Il prestigio europeo del loro marchio era altissimo, come il prezzo della loro produzione che, contando su una domanda senza flessione, essi tenevano elevato anche per compensare la lentezza degli incassi.
Va detto che la loro armatura era in quel momento ambita anche per l’esaltazione dell’immagine che offriva a chi
Forse in quel caso armature non tutte così belle come quella della foto in esergo, ma i numeri danno l’idea di che taglia fosse l’industria armaiola del ferro della famiglia Negroni-Missaglia, (industria che è sopravvissuta nell’artigianato e lavorazione del ferro tipica della Brianza odierna). Gli Sforza, di fronte a una famiglia così importante dal punto di vista strategico, non poterono esimersi dal riconoscere ai Missaglia un titolo nobiliare, facendo
Il 15 luglio 1472 la Corte fu concessa da Galeazzo Maria Sforza: si badi che qui non si parla della corte di Casale Monferrato, ma di quella della brianzola città di Canzo, dove si trovavano miniere di ferro. Alla Corte di Casale appartenevano le terre di Canzo (Canz), Caslino (Caslìn), Proserpio (Presèrp), Longone (Longòn), Castelmarte (Castèll Mart), Arsago (Arzach), Campolongo (Camp Lonch), Bindella (Bindèla), Mariaga (Mariaga), Incasate (Incasaa) e altre cascine.
La ferriera che qui impiantarono venne anche consigliata dal bisogno di potenziare le capacità produttive. Già nel 1462 Antonio Negroni aveva rivolto a Francesco Sforza la richiesta di concessione delle miniere di ferro nella zona di Canzo, ricordandogli che:
…perché nel tempo da la guera, per lo grande mancamento de ferro darme che alora era a Milano, per le frequente e continue inhibitione facevano li veneziani de lassar condur ferro in questa parte, lo nostro illustrissimo signore con grande istanza disse ad Antonio Missalia industriarse quanto gli fosse possibile di trovare modo, et ora de podere fare fabricare ferro et maxime darme insu lo suo dominio per non stare ad tanta subiectione de ferro, onde dicto Antonio, attento lo grande desiderio del prefato signore, con grande industria, spexa et faticha, ha trovato uno monte nel territorio de Canzo in la plebe di Inzino del ducato di Milano, dal quale per esperienza facta per dicto Antonio se scaverà bona vena per fabbricare ferro.
La potenza industriale ed economica della famiglia Missaglia verso la fine del secolo divenne immensa: nel 1492 gli ambasciatori veneti Contarini e Pisani visitarono a Milano la dimora di Antonio Missaglia, in via degli Scudari vicino al Duomo, e rimasero stupefatti dallo sfarzo; quando quella casa andò a fuoco per l'opera di spegnimento intervenne Ludovico il Moro in persona. Sarebbe interessante poter dimostrare una interazione tra il boss della premiata ditta Missaglia e Leonardo da Vinci nello studio dell’evoluzione tecnologica dell’armatura. Sicuramente Antonio e Leonardo si conoscevano, banalmente perché frequentavano la medesima corte milanese.
Il grande Antonio, che aveva portato ai massimi vertici la già solida attività del padre Tommaso, morì nel 1496 non senza qualche giustificata preoccupazione. Con il tramonto del Ducato di Milano e l’arrivo dei Francesi il gigantesco giro d’affari si dissolse in pochi anni e dell’immenso patrimonio i Negroni si tennero quello distribuito in Brianza. Solo la ferriera di Canzo continuò a produrre per qualche decennio, frequentata da una folla internazionale di magistri e trafficanti affascinati dal prestigio intramontabile della maison Missaglia.
In realtà, ad uccidere il business delle armature fu semplicemente l’evoluzione tecnologica: a seguito dell’avvento della polvere da sparo (invenzione dal valore strategico pari a quello della bomba di Hiroshima), la strategia di combattimento in campo aperto con l’arrivo delle pallottole e delle palle di cannone cambiò radicalmente, e fece morire una difesa obsoleta come l’armatura.
La prima testimonianza di questo cambiamento avvenne il 27 aprile 1522, quando le truppe francesi di Francesco I affrontarono nei pressi della Bicocca, località a Nord di Milano, le truppe di Carlo V e dei suoi alleati pontifici, spagnoli e tedeschi agli ordini di Stefano Colonna. Carlo V ne uscì vincitore. La battaglia della Bicocca segnò il primo importante scontro bellico vinto con l'uso delle armi da fuoco. Con esso comincia il declino dell'armatura guerresca.
Sul finire del secolo, nel tentativo di proteggere contro i colpi del moschetto, si era resa l'armatura così pesante che le truppe si rifiutavano di indossarla e spesso si doveva ricorrere ad un aumento di paga per invogliare i soldati ad usarla. Anche la tradizione del torneo decadde lentamente. Ma la memoria dei Negroni-Missaglia per gli amanti di armi ed armature permane imperitura, come simbolo di un marchio dal fascino inestinguibile.
Casa di Riposo in Alta Brianza
Alberi di tiglio aspettano i vènti
che a nord si preparano a scompigliare
quelle foglie, in quel cortile dai lenti
pensieri che annaspano in mezzo al mare
di neuroni lucidi e adolescenti
allora, ormai torbidi oggi. E sperare
che i figli, i nipoti od altri parenti
ritornino, è inutile: in quell'alveare,
due letti per stanza, l'ecosistema
umano si sfronda quando il maltempo
della morte incombe e - da passatempo
quale era - il respiro si fa enfisema;
sussurri d'autunno inseguono il tempo,
la mano sinistra di un vecchio trema.
Nella casa di riposo del mio paese ricordano ancora bene l'ultimo suicidio. Il vecchio ultraottantenne aveva notato la finestra lasciata aperta nella sua stanzetta doppia al terzo piano e - semplicemente - non ce l'aveva fatta a resistere.
Ma chissà perchè, i milanesi fanno a gara ed insistono nel piazzare in queste case di riposo brianzole i loro vecchi, convinti che l'aria buona e la costanza di visite domenicali e/o natalizie sia la medicina contro il cancro della vecchiaia.
Purtroppo l'aria fa quello che può e le visite non sono sempre assidue e prolungate, così come erano state pianificate nelle pur buone e originarie intenzioni.
In questi giorni grigi di fine estate (o inizio autunno), quando al mattino presto passo accanto in auto, guardo nel giardino della casa di riposo e mille pensieri strani affollano la mia mente. Per fortuna in fondo alla strada del pensionato c'è uno stop, devo frenare, stare attento e guardare bene per uscire, perchè il traffico della vita la in fondo è sempre molto intenso.
E così i brutti pensieri se ne devono andare via. Almeno fino alla mattina dopo.
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