Brianzolitudine

Brianza come stato d'animo

Eccomi

Blogger: brianzolitudine
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.

Head image: Marsala Florio

un Marsala al giorno

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

mercoledì, 07 maggio 2008

DOCG Brianza Saint

San Calimero Brianza_Patari

Fu un titano, Arialdo da Carimate,

colui che nel 1057

(contro un clero che pensava alle tette

e alle chiappe femminili, alle entrate

simoniache proficue, alle agiate

rendite ecclesiastiche infami e grette)

a Milano mise al muro, alle strette

il Guido Arcivescovo da Velate

creandogli contro la pataria,

movimento eretico ultracensore

moralizzatore al cubo, appoggiato

dal popolo minimo e dal papato

contro Enrico il Nero, l’imperatore

che a pezzi lo fece purtuttavia.

 

Poteva mai mancare un movimento eretico, fondato e capitanato da un degno Savonarola, nella sulfurea e fumigante Brianza del Basso Medioevo? No di certo. In quel secolo buio appena a valle dell’anno 1000, giusto giusto un millennio fa, con le prime istanze di indipendenza comunali dal giogo imperiale che avrebbero portato più tardi alla battaglia di Legnano (del di cui protagonista leghista, il brianzolo Alberto da Giussano, dovremo pur parlare prima o poi), rifulge luminosissima la figura di Araldo da Carimate (nato proprio lì o, si dice, nella vicina Cucciago).

La storia di Sant'Arialdo e del suo movimento ereticale è lunghetta, inizia come si è detto a Carimate dove egli nacque nel 1009 e finisce (assai male, come vedremo) a Carugo. Alfa e omega di una santità e di un’eresia entrambe di marca brianzola. Prendetevi un po’ di tempo, eventualmente stampatevi questa pagina e leggetevela mettetendovi comodi in poltrona, perché i nomi e i luoghi che dirò saranno tanti, ma garantisco ne varrà la pena ascoltare, perché la storia e il carattere di noi brianzoli (di quello che siamo oggi noi paolotti, in buona sostanza) hanno radici proprio in ciò che accadde mille anni fa e che vado or ora a raccontarvi.

Arialdo da Carimate (fu canonizzato Santo nel 1904, la sua festa cade il 27 giugno, giorno del suo martirio: per inciso unico Santo nel calendario di chiara origine brianzola) fu appunto il diacono brianzolo che nel 1057 fece sorgere da nulla il movimento dei Patari (da non confondersi coi Catari): una istanza pauperistica sviluppatasi in Brianza e nella diocesi di Milano nell XI secolo, per l'esigenza di una spinta moralizzatrice all’interno del clero.

Il nome Pàtari viene dall’insubre patèe, ovvero straccivendoli, e ciò ben rende l'origine di quel desiderio popolare dal basso di moralizzazione nel clero ufficiale milanese, che a quei tempi era orientato (a cominciare dal Vescovo Guido da Velate, come tra poco vedremo) alla simonia, al nicolaismo e al concubinaggio più sfrenato.

In sostanza Arialdo con la sua predicazione sosteneva che i preti non dovessero avere né concubine né mogli, mentre era prassi comune a quei tempi sostenere che sant’Ambrogio in persona avesse concesso al clero ambrosiano il diritto di matrimonio.

I contrasti fra basso clero, popolo e alto clero a Milano iniziarono nel 1045, quando fu appunto eletto arcivescovo Guido da Velate (1045–1071), che succedette a Ariberto da Intimiano, personaggio discusso, signore assoluto della città e dei territori che gli erano soggetti. La successione di Ariberto fu contrastata perché il nascente ceto medio cittadino iniziava a prendere coscienza di sé e la nobiltà minore cominciava a crescere d'importanza. Si sentiva l'esigenza di una spinta moralizzatrice all'interno del clero e di una maggiore uguaglianza tra i ceti sociali.

Il clero milanese aveva chiesto all'imperatore Enrico il Nero, che controllava le elezioni dei vescovi in tutto l'impero, di scegliere tra quattro candidati retti e onesti: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Attone e Arialdo da Carimate. Tuttavia, l'imperatore decise per Guido da Velate, noto per essere dedito al nicolaismo (Il termine nicolaismo, coniato da San Giovanni evangelista, tornò in auge nel Medioevo per indicare i religiosi che vivevano in concubinato, poiché sembra che gli appartenenti alla setta dei nicolaiti prendessero parte a numerosi riti sessuali di carattere orgiastico. Contro questa pratica, diffusa all'epoca, si scagliò appunto il movimento dei patarini).

Il movimento patarino, animato dalla predicazione di Arialdo, si sviluppò proprio per contrastare questo malcostume. Arialdo in particolare incitò con successo la popolazione a rifiutare i sacramenti dai sacerdoti corrotti e nicolaiti. Alcuni arrivarono a profanare i sacramenti, in ribellione ai preti simoniaci, i cui atti di consacrazione eucaristica non erano da essi considerati validi.

Per contrastare il movimento, l'imperatore nominò Anselmo da Baggio, già vescovo di Lucca, che scomunicò sia Arialdo da Carimate che Landolfo Cotta. Intanto, dopo la morte di papa Benedetto IX, anche il papato al suo interno sentiva il bisogno di riforme, e già con Leone IX furono condannati il concubinato e la simonia dei preti.

Forte di questi presupposti, Landolfo Cotta cercò di andare a Roma per esporre i problemi milanesi a papa Stefano X, ma i sicari dell'arcivescovo lo intercettarono nei pressi di Piacenza e quasi lo uccisero. Si salvò, ma morì nel 1061 per le conseguenze di un altro attentato. Anche Arialdo tentò la stessa strada, ma solo nel 1060 il pontefice successivo, Niccolò II, mandò a Milano una delegazione che, sotto il controllo di Pier Damiani e di Anselmo da Baggio, riportò la calma in città.

Dopo la morte di Landolfo Cotta nel 1061, Arialdo nominò capo militare dei patarini Erlembaldo Cotta, fratello di Landolfo. Nel 1066, quando il papa consegnò ad Erlembaldo il Gonfalone della Chiesa e due bolle di richiamo al clero milanese e di scomunica per Guido da Velate, questi si ribellò e nei durissimi scontri del 4 giugno furono feriti Erlembaldo, Arialdo e il Vescovo Guido medesimo, che a questo punto lanciò l’interdetto su Milano finché Arialdo da Carimate non ne fosse uscito.

Arialdo lasciò la città, ma fu catturato dagli uomini di Guido a Legnano e portato nel castello di Angera, sul Lago Maggiore (feudo della bella e crudele Olivia da Velate, nipote del Vescovo Guido) per essere qui torturato. Olivia lo fece consegnare a due sadici boia, due preti concubini crudelissimi, che lo sottoposero a un lento e orrendo martirio: gli mozzarono le orecchie, il naso, le labbra, gli tagliarono le mani (come si vede su quella immagine a fianco) e gli cavarono gli occhi.

Prima di essere ucciso, quei due torturatori in ultimo lo castrarono, così dileggiandolo: Ora sì che diventerai casto!. Arialdo morì dunque il 27 giugno 1066 tra atroci sofferenze, guadagnandosi con pieno merito la palma del martirio, come lo si può vedere raffigurato nel quadro iniziale (che si trova nella chiesa di San Calimero, a Milano).

Il corpo così orrendamente trucidato fu seppellito su un’isola del lago Maggiore; tuttavia qualche mese più tardi Erlembardo (ricordate? Il fratello di Landolfo Cotta) convinse i milanesi ad andare a recuperare la salma del martire, che già la fama nel milanese e nella Brianza venerava come santo ed eroe popolare.

Il culto di Arialdo divenne fortissimo per tutto l’XI e XII secolo, in Brianza e nel milanese. La pataria stessa, nei due secoli successivi alla morte del fondatore, sopravvisse nel territorio ma – come tutti i movimenti estremi – assunse caratteri così duri ed extraparlamentari, da diventare a poco a poco una vera eresia; così almeno fu vista dalle gerarchie ecclesiastiche ufficiali.

E cominciarono così le persecuzioni ai patarini: nel 1233 il frate inquisitore Leone da Perego scatenò una terribile fatwa, una vera e propria caccia al pataro; i patarini sopravvissuti dovettero fuggire da Milano e rifugiarsi là dove erano nati: in Brianza, a Carugo nel castello di Gattedo. Oggi Gattedo è una piccola cascina a nord del paese di Carugo, ma là allora si trovava un castello munitissimo, nel quale i patarini resistenti si asserragliarono. Leone fece mettere quella rocca sotto assedio e alla fine riuscì a conquistarla, passando a fil di spada tutti i patarini, compresi i due pàtari Vescovi che stavano con loro.

Tutti i loro corpi furono sepolti inizialmente proprio a Gattedo, ma dato che iniziò una ulteriore venerazione in situ di quelle vittime da parte dei brianzoli di Carugo, le autorità milanesi decisero di disseppellire i cadaveri degli eretici e disperderli. La stessa rocca di Gattedo fu rasa al suolo, per non lasciare alcuna traccia dell’eccidio. Finì dunque dopo due secoli, in quell’anno 1258, il movimento ereticale dei patarini.

Ma non è ancora finita. Vi chiederete ora: dove mai sono custodite le reliquie di Sant’Arialdo martire? Ebbene: il corpo di Arialdo, recuperato dai milanesi, fu inizialmente seppellito e venerato nella chiesa di San Celso e successivamente, nel 1099, fu trasferito nella chiesa di San Dionigi a Milano. Ma lì oggi non c’è più perché, quattro secoli dopo re Luigi XII di Francia, una volta conquistato il Granducato milanese, nel 1508 ridiscese appositamente a Milano.

Egli pretese da questa città la restituzione di tutte le reliquie di San Dionigi patrono di Francia, per portarle a Parigi nella Basilica di Saint Denis (la cosiddetta necropoli dei re di Francia, Basilica dove furono incoronati e sono sepolti i maggiori re delle dinastie francesi, a cominciare da Pipino il Breve, passando per Francesco I e poi tutti i Borboni, con buoni ultimi Maria Antonietta e Luigi XVI).

I Milanesi, indispettiti da questa pretesa dei vincitori che avevano posto fine alla Signoria del Ducato e che ora pretendevano le spoglie di un Santo veneratissimo (Dionigi per l'appunto), gli diedero in iscambio le reliquie del corpo di Arialdo, che riposava il sonno dei giusti proprio nella chiesa milanese di San Dionigi. Pertanto tutte (o almeno gran parte) le reliquie del corpo di Sant’Arialdo non sono più a Milano ma in Francia, nella chiesa dei re, e là venerate come quelle di San Dionigi primo vescovo di Parigi e patrono di Francia.

Ecco qui a fianco la foto della teca con le sue reliquie, nel centro di quella basilica parigina, in quella basilica-necropoli regale francese (se ne potrebbe da brianzoli chiedere la restituzione delle spoglie, nevvero cari amici carimatesi e cucciaghesi?).

L’ho fatta davvero lunga, ma la storia meritava e conveniva esplicitarla per intero. Perché? Perchè ora vi tocca un’ultima mia riflessione e proposta che riguarda la Brianza tota: Sant’Arialdo martire, unico brianzolo Santo di calendario (fu come dicevo sopra messo nel Canone dei Santi nell'anno 1904), potrebbe davvero degnamente diventare il Santo Patrono della Brianza, sia per meriti geografici che per meriti caratteriali: di tenacia, di testardaggine e gagliardia che lo rendono molto simile – scusate se mi lodo, ma in questo caso di certo non mi imbrodo – al carattere di noi brianzoli.

Detto questo, perché non ci diamo da fare presso le autorità ecclesiastiche e civili affinché ciò avvenga? Tra l’altro, proprio nel 2009 si celebrerà il millennio della nascita di Sant'Arialdo, e guarda caso contestualmente alla nascita della Provincia di Monza e della Brianza. Varrebbe la pena fare di tutto affinché per quell'anno Sant’Arialdo diventi il Santo Patrono della nostra terra, magari con celebrazione ufficiale da parte di tre Vescovi delle tre Provincie di Monza, Lecco e Como (nel Comune di Carimate o di Cucciago, o a Monza, poco importa dove), sulle quali la Brianza insiste geograficamente.

Che ne pensate cari amici dell’Associazione Culturale Brianze, non sarebbe una splendida idea, quella di celebrare così il millennio dalla nascita di questo tostissimo Santo, diacono e martire brianzolo? Possiamo dirla con Obama:Yes, we can?

Postato da: brianzolitudine a 21:49 | link | commenti (8) |
carugo, cucciago, carimate

mercoledì, 26 dicembre 2007

Brianza Exodus

Marsala_Florio_Cementeria2 Cucciago

Ennesima hacienda che migra in Cina

(o in India? non ho capito poi bene

dove mai andasse) e le sue catene

di montaggio date in pasto alle iene

o alle tigri asiatiche (ma conviene?

l’ho capito meno e intanto officina

e operai inutili in naftalina)

l’ho vista di fretta ieri mattina

a Cucciago, io credevo che fosse

il solito meeting di fine anno

con quel titolare che parla inglese

meglio del dialetto: “Ci sono grosse

novità” e non c’era ombra di affanno

in quella sua voce calma e cortese.

 

Da tre anni a questa parte, il mio lavoro mi porta nel mese di dicembre a incontrare clienti che – l’anno successivo – non lo saranno più. Essi semplicemente chiudono baracca, e non riaprono più a gennaio, con buona pace mia e delle maestranze. O magari restano aperti solo come uffici, perché la produzione la portano chi in Cina, chi in India, chi in Vietnam. I più “patriottici” si fermano in Bulgaria, Turchia o Romania.

Quando lo comunicano c’è sempre un qualcosa di vago nella destinazione: non è mai chiaro dove vadano a finire a produrre. Forse perchè è un segreto e non vogliono farlo sapere troppo alla concorrenza. In ogni caso lo dicono sempre con nonchalance, da veri habituè della globalizzazione, al limite con una nota di rammarico per non averlo fatto prima. Per carità, lungi da me un giudizio morale, su una scelta che è prima di tutto imprenditoriale. E' la società delle api, no? La sensazione che però si prova è quella di un pezzo di vita, di Brianza che se ne va in fumo, irrimediabilmente.

Perché ogni volta che una produzione lascia questa terra, è come un incendio di un bosco che arriva fino alle radici delle piante. Non ricrescerà più nulla. Quando hai perso quella manodopera formata e specializzata (che per ben che vada se ne andrà in prepensionamento o a fare tutt’altro) è come una scuola che chiude: nessuno la rimpiazzerà più. E cosa mai resterà a creare PIL da noi, Dio solo lo sa. Terziario, turismo, grande distribuzione, immobiliare, più eventualmente rami di industria con costi di trasporto talmente incidenti sul prezzo finito da essere obbligati a produrre qui.

Ma è poca cosa quest'ultima, roba a basso valore aggiunto, come il cemento o gli imballaggi. E il resto dei prodotti, vanto dei nostri distretti industriali? Sciò, via di qua per carità con tutto il loro know-how, il loro saper-fare. Forse è giusto così o forse è solo una moda, ma che sarà di noi briaznoli, se produrremo sempre meno? Milton Friedman coniò il noto aforisma nessun pasto è gratis, e ho la maledetta sensazione che qualche ragione ce l’abbia pure lui.

 

Credits: Marsala Florio

Postato da: brianzolitudine a 09:38 | link | commenti (18) |
cucciago



Locations of visitors to this page

agliate
agrate
albavilla
albese con cassano
albiate
alserio
alzate brianza
annone
arcore
arosio
asso
barzago
barzanò
besana in brianza
bosisio parini
brianzolitudine
briosco
brivio
brugherio
bulciago
cabiate
calco
cantù
canzo
caponago
carate
carimate
carugate
carugo
casatenovo
cassago
castello brianza
cesana
cesano maderno
civate
colle brianza
consonno
costa masnaga
cremella
cucciago
desio
dolzago
ello
erba
extra moenia
fino mornasco
foscolo in brianza
galbiate
garbagnate monastero
giussano
imbersago
inverigo
lambro
lambrugo
lentate sul seveso
leonardo in brianza
leopardi in brianza
lesmo
lissone
longone
lurago erba
macherio
manzoni in brianza
mariano comense
meda
merate
merone
mezzago
missaglia
molteno
montevecchia
monticello
montorfano
monza
muggiò
nibionno
nova milanese
oggiono
olgiate molgora
omero in brianza
orsenigo
osnago
paderno dadda
perego
pusiano
renate
resegone
rogeno
rovagnate
segrino
seregno
seveso
sovico
triuggio
usmate-velate
valgreghentino
varedo
veduggio
verano
verderio
villasanta
villoresi
vimercate

Foto Recenti

Vedi altri media