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Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
Brian's Grandpa Wisdom
BĂ sten tri donn
per fĂ el mercaa d'Ogionn
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Brianza Mayflower

Saluto gli amici di Jersey City,
di Plano e di Oakland: tre brianzoli
trapiantati dentro gli Stati Uniti
per amore o per lavoro, figlioli
del Brianzashire chissà come usciti
di cascina per andare là, soli
a scoprire la frontiera dei miti
Yankee americani, cambiando ruoli
e vita - presumo - eppure attaccati
alla patria piccola, al campanile,
agli odori dell'antico fienile
con la vacca, a quell’immenso cortile
da cui si partiva urlanti e sudati
per andare nei verdissimi prati.
E’ da qualche mese che tengo d’occhio gli accessi statunitensi a questo blog e mi ha fatto molto piacere constatare l’affezionata presenza di accessi (oltre che da più grandi megalopoli) da tre piccole città, simbolicamente collocate in ambiti geografici alquanto diversificati: Jersey City sulla costa orientale, Plano nel nord del Texas e Oakland, sulla West Coast, dalle parti di San Francisco. Merita davvero una piccola descrizione, ognuna di queste tre città statunitensi.
Jersey City è capoluogo della Contea di Hudson, nello stato
Oakland, fondata nel 1852, è capoluogo amministrativo della Contea californiana di Alameda. Si trova sulla costa est della baia di San Francisco, annidata contro le colline di Berkeley e toccando cinque dei parchi regionali di East Bay. Coi suoi 411.755 abitanti è la terza città dell'area, dopo San José e Frisco.
E infine
Orbene, da queste tre medio-piccole città americane si registra ogni mese una costante frequentazione verso i lidi della brianzolitudine. Cosa ci sia dietro questa “vicinanza” e frequentazione dagli USA in realtà io lo ignoro completamente. Mi cullo dolcemente nell’idea che tali accessi siano figli di tre brianzoli (o brianzole, ovviamente), dipartiti no si sa come e non si sa quando dalla loro “Piccola Patria” brianzola per cambiar vita, far famiglia e (auguro loro) fortuna negli States. E che vengano qui da me per respirare ancora un po' dell'atmosfera di casa.
Sarebbe davvero bello che questi tre ignoti visitors si rivelassero e ci mandassero un piccolo saluto, raccontando le loro piccole-grandi storie di vita vissuta, dalla Brianza agli USA. E’ un invito che peraltro estendo a tutti gli emigrati brianzoli che stanno fuori d’Italia e che hanno la ventura di finire a curiosare su questo blog. Raccontateci la vostra storia, amici e amiche brianzoli, o mandateci anche solo un piccolo saluto. Sarà davvero graditissimo.
Finalmente in Libreria!
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E' giunta in libreria la guida al Cammino di Sant’Agostino, il Cammino de Compostela della Brianza. Il libro è sin d'ora acquistabile online su Netweek, ma si può richiedere anche nelle principali librerie del territorio brianzolo.
Ricordo inoltre il sito www.camminodiagostino.it, dove sono disponibili le mappe dettagliate del Cammino e ulteriori informazioni.
Un grazie di cuore a coloro che hanno contribuito al Cammino, in particolare a Renato (Marsala Florio), a Sonia e a Paolo. E un grazie infine alla Brianza: grazie di esistere, naturalmente!
Brianza Farewell
La morte si sconta vivendo, eppure
vivere non sembra quella condanna
ferale, pistola con colpo in canna
puntata alla tempia, quand’anche pure
compendio del peggio le strade e oscure
siano in questa vita (che a volte inganna,
quando il peggior danno è creduto manna
dal cielo) e si aprino a te sicure
di fronte coese nel depredarti
l’anima, gemente sotto le cure
dei neuroni che s’incartano in scarti
di coscienza, eppure in Brianza (oppure
altrove) comunque esistere è un piatto
forte, sia esso fumo o arrosto ben fatto.
La vita sonnecchia per tanti e tanti anni col suo trantran, poi di colpo si sveglia e ti spinge (se non costringe) a fare delle scelte. In questa prima mattina domenicale con sole ormai rimaverile ho scorso le pagine di questo blog, che per quasi un lustro ha raccontato le innumerevoli amenità e le poche asprezze della mia Brianza.
Tante cose ho scritto, ma ce ne sarebbero tante e tante altre da dire: personaggi, luoghi, storie, prodotti da raccontare e che ho sinora colpevolmente omesso (penso ai mobilifici brianzoli, che ho trascurato, ai cappellai della Monza che fu, alle ville di delizia che volevo tutte enumerate e che invece ho fatto solo in minima parte).
Questo micro-universo brianzolo sintesi del mondo non ha mai tradito, quando c’era da raccontare l’aneddoto giusto. Ora però il tempo stringe, a breve me ne resterà poco per trovare il modo giusto per raccontarvi la Brianza con la dovuta precisione. Ancora qualche post e poi – davvero temo – dovrò lasciarvi.
Ma questo blog resterà, e troverò mì speri almeno il tempo per far ruotare (e magari migliorare) tutto il materiale che qui si trova, comprese ovviamente le foto del grande Marsala Florio, senza i cui sapidissimi scatti almeno la metà della brianzolitudine non avrebbe visto la luce.
Bueno Domingo a todos e que viva la vida, against all odds!
Brianza Sailors
Ai quarantacinque di latitudine
virgola quarantacinque, si mastica
quel casotto gonfio di solitudine
un bidone di lamiera o di plastica
là dimenticato tra terra incudine
e cielo martello, con una svastica
disegnata colma d’improntitudine
da una nera testa un po’ troppo drastica
nel decidere da che parte stare
qua in terra mediana tra l’equatore
e il polo, una terra che (se vi pare)
così è: Brianza, aritmia del cuore
un tempo sicura tra il dire e il fare
oggi ormai smarrita nel suo rumore.
Terra di mezzo la Brianza, a metà strada tra l’equatore e il polo nord. E a stare nel mezzo, oggi, non è più quella sana virtù aristotelica di una volta. Si è persa la bussola, si sono persi i valori fondanti (magari discutibili, però c’erano). Oggi, invece, c'è il nulla o quasi.
Nei bar che frequento vedo facce perse, in attesa di qualcuno o qualcosa che indichi la strada. Si naviga a vista. Il dramma vero è la perdita del valore fondante per eccellenza dell'homo brianzolus: il lavoro. Le aziende che erano il vanto della Brianza, orgoglio anche del più umile degli operai che ci lavorano, sono in forte sofferenza. Moltissime in cassa integrazione, alcune chiuderanno i battenti.
E la Brianza ridiventerà laboratorio padano del nuovo. Che cosa sarà questo benedetto nuovo, però, la Brianzolitudine non sa proprio dirvelo. Potrà forse raccontarvelo, quando quello ci sarà - temo - a mordere i polpacci.
P.S. Il casotto che aveva originariamente ispirato il sonetto, a 45°45'45'' di latitudine, era quello della
foto dell'ineffabile Marsala Florio qui di fianco rappresentata. Poi però, visto che si parlava di navigazione a vista, ho preferito la sua foto in alto, con bello sfondo resegoniano a ricordare vagamente la navigazione di Renzo e Lucia: via di corsa in fuga da Pescarenico verso un futuro incerto (ma con il Don Lisander narrante a garantirci che la Provvidenza, alla fine della storia, ci metterà una pezza).
Brianza Pinball
Chiusi dentro al bar fino a tarda sera
Tutti intorno a un flipper che ci stregava,
pallina d’argento (e noi con la bava
alla bocca) verso quella barriera,
contro i respingenti forte e leggera
travolgere i target come una clava
e osanna a quel dio del locale a Nava
che batteva il record, nuova frontiera
per dei piccoli padani negli anni
settanta e bastavano cento lire
quelle grosse di una volta, per dire
qualcosa anche noi tra quei due pulsanti,
potere di un gioco che lì davanti
ci portava ovunque nei nostri panni.
Quante sere passate a giocare a flipper, nei vecchi bar della Brianza? Tante, tantissime. Fino agli anni ’80 ogni bar brianzolo ne aveva uno, e qualcuno (come il bar delle Cinque Frecce a Besana Brianza) anche due. Sempre ressa intorno a quel vetro, ad ammirare quei tanti dei di Roserio, local heroes che maneggiavano i pulsanti facendo record su record, spingendo la macchina con sagacia fino al limite estremo del tilt senza
E li ricordo bene, i giorni quando arrivava il tempo della sostituzione del flipper nel bar. Ne portavano un altro e la domanda era: sarà meglio o peggio? Diventavamo tutti conservatori, in quel momento: si sa cosa si perde e non si sa cosa si trova… Per non dire quando il flipper si guastava, allora erano drammi veri. Che mondo strano e fumoso quello, lontano e perduto: perché la stagione dei flipper in Brianza (come ovunque in Italia, peraltro) è terminata, soppiantata dalle morose, dai matrimoni, dalle separazioni, dai divorzi.
Ma il vero dramma umano è un altro: oggi il flipper è pressoché scomparso dai locali pubblici brianzoli, sostituito dalla tragedia dei videopoker, sui quali operai in mobilità e pensionati alla minima si giocano impotenti la loro vita.
Senz’altro era meglio il buon vecchio flipper, ma i motivi del suo successo non sono facilmente spiegabili. La componente strettamente ludica è certamente essenziale, ma non è possibile comprendere del tutto il fascino del flipper se non si attribuisce la giusta importanza alla bellezza dei suoi disegni, alla suggestione delle luci, e soprattutto ai suoni emessi, con particolare riferimento a quelli integralmente elettromeccanici prodotti dagli anni cinquanta fino ai primi anni ottanta; chi oggi ha meno di trent'anni difficilmente può ricordare le campanelle metalliche, i martelletti, il motorino di avvio, i colpi dei respingenti, il lancio della biglia, il reset dei punteggi; praticamente da quando si introduceva la moneta fino a quando la partita non era conclusa si restava come rapiti da tutti questi suoni, tanto piacevoli quanto ipnotici nella loro meccanica ripetitività, combinati in sequenze a volte ricorrenti, altre volte del tutto casuali.
Questi suoni hanno caratterizzato il sottofondo dell'attività ludica preferita dalle generazioni maschili nate negli anni cinquanta e sessanta, quando i videogame non esistevano ancora. Ma la domanda che mi pongo adesso è: le ragazze brianzole, che al flipper e al bar non si vedevano mai, dove diavolo stavano?
Credits: Wikipedia
Brianza Pilgrimage
C’è quasi il Cammino di Compostela
dentro quei ventuno antichi santuari
mariani, pilastri antichi e sommari
di un percorso che è affollata sequela
con bruchi paolotti in mistica mela
brianzola a tessere sète, chiari
testimoni in quella fede nei vari
Santi e in uno Spirito soffio in vela
gonfia quanto basta da Monza a Canzo,
con cui navigare giorno per giorno
senza tante sviolinate il romanzo
della vita quotidiana, soggiorno
dentro un microcosmo fatto di azioni
minime per semplici vocazioni.
Vista la lunga assenza della brianzolitudine da queste pagine, vedrò di farmi perdonare con qualcosa di nuovo. Passate le vacanze agostane, questo post vuole essere un regalo (ancorchè come vedrete impegnativo) per tutti i miei affezionati lettori, brianzoli e non.
Avendo nelle scorse settimane ascoltata la testimonianza di un amico che era appena rientrato dal Cammino di Santiago di Compostela, ho avuto un’idea che sto pian piano mettendo insieme: un percorso di pellegrinaggio reale all’interno del territorio brianzolo, appunto a imitare la grandiosità del Cammino di Compostela.
Riflettendoci durante le ferie, mi sono infatti reso conto che la cosa è possibile, possibilissima. E come? Visto che siamo in Brianza, semplicemente andando a disegnare un percorso di pellegrinaggio tra i tanti santuari mariani del territorio brianzolo. Ho fatto così una accurata e scrupolosa indagine, e ho scoperto che i santuari mariani in Brianza sono almeno ventuno.
La Brianza è tutta intrisa di spiritualità mariana, che si nota oltre che in quei santuari anche in una lunga teoria di immagini, edicole, cappellette dedicate alla Madonna presenti ad ogni angolo di strada. La spiritualità brianzola di fatto è innanzitutto mariana, fondata su quella recita del rosario che Radio Maria (nata guarda caso giustappunto in Brianza, a Erba) trasmette inflessibilmente dalle sue frequenze tre volte al giorno sette giorni su sette. E la Madonna fondante della Brianza è proprio Lei, la Madonna della Cintura, quella Madonna che – apparsa a Santa Monica madre di sant’Agostino convertitosi in Brianza a Cassago – fece a questa dono di una cintura diventata poi il simbolo di tutto il movimento agostiniano.
Proprio da questo illustre antico abitante della Brianza è nato il nome del pellegrinaggio: Cammino di Sant’Agostino.
Una volta identificati i 21 santuari mariani, disegnare il Cammino è stato facile, e nell'itinerario che vi propongo non ho voluto fare mancare nulla della brianzolitudine: i monumenti della religiosità romanica del territorio (Barilica di Agliate, Arlate, monastero di Garbagnate, San Vincenzo in Galliano, San Pietro al Monte, monastero della Misericordia) e tutti i luoghi topici e laici della Brianza stessa (ponte di Paderno, ICMESA di Seveso, parco e Autodromo di Monza, la sede di Radio Maria). Perché questo cammino non deve essere solo un cammino di fede, ma anche di conoscenza vera a piedi del territorio.
Non ho fatto mancare nulla, e proprio per questo è un cammino di pellegrinaggio non facile (sono circa 25 chilometri medi giornalieri per quattoridici giorni di cammino). A differenza del Cammino di Santiago de Compostela, che parte da Roncisvalle e arriva a Santiago, quello da me proposto è un cammino circolare: è lungo circa 350 chilometri, e lo si può indifferentemente iniziare da uno qualsiasi di quei santuari mariani, per poi tornare dopo quattordici giorni al punto di partenza.
Io questo Cammino l’ho fatto iniziare da Monza, dal santuario di Santa Maria delle Grazie, ma è una scelta che non vuole essere assolutamente impositiva. Il pellegrinaggio inizialmente volevo chiamarlo “Cammino di Sant’Arialdo”, santo genuinamente brianzolo (nato a Carimate o a Cucciago) e tra l’altro del quale ricorre il millesimo genetliaco nel 2009. Ma alla fine ha prevalso l’immagine del Dottore della Chiesa Agostino e della sua Madonna della Cintura.
Tenete peraltro presente che questo percorso non si esaurisce nei ventuno santuari, ma include altri luoghi mariani di vivo interesse: un dedalo fatto di edicole, chiese, affreschi, fino ad arrifvare al Duomo di Monza e al suo stupendo museo ipogeo, corona ferrea inclusa. L’idea del Cammino è qui appena abbozzata, ma dato che mi sembra degna di un adeguato sviluppo, sto predisponendo in questi giorni una guida dettagliata che spero pubblicare a breve.
Se ritenete necessario aggiungere ulteriori considerazioni o consigli a questo mio Cammino in Brianza, scriveteli pure qui sul blog e saranno sicuramente bene accetti.
Leopardi in Brianza & Brianzolitudine
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1 giugno 2008 al
Leopardi in Brianza è una pubblicazione in dieci libretti su carta Hahnemuhle, con traduzioni in lèngua ìnsubra dei più celebri Canti di Leopardi curate da Renato Ornaghi, affiancate da suggestive immagini brianzole del fotografo Marsala Florio. Accanto a ogni traduzione, viene ambientato il Canto leopardiano in un tipico contesto brianzolo (il lago e la collina di Montorfano, il Campanone di Colle Brianza, il Buco del Piombo a Erba, eccetera). Ogni Canto di Leopardi tradotto in lèngua è quindi un piccolo viaggio, una piccola scusa per parlare in dettaglio della Brianza e dei suoi grandi (spesso sconosciuti) tesori ambientali, storici o artistici che nasconde.
Brianzolitudine è una raccolta in divenire di fotografie e scritti dedicati alla storia, ai personaggi e ai luoghi più tipici del territorio. Organizzata in plaquette stampate su carta Hahnemuhle rilegate a mano, con testi di Renato Ornaghi e fotografie di Marsala Florio, Brianzolitudine nutre una piccola-grande ambizione: diventare
Brianza Pig’s Anthony
Il diciassette gennaio è del Santo
delle zitellone, degli animali
che parlano, dei paciosi maiali
il cui grasso messo sul corpo affranto
dal fuoco difende più dell’amianto,
Sant'Antonio Abate, quello dei mali
di stalla e d’amore, degli epocali
gran falò accesi al buio rimpianto
di un affetto dato e non corrisposto
da ragazze da marito in filanda,
oranti in quel puzzo non di lavanda
questa invocazione non da prevosto:
O Sant’Antoni Abaa, Sant del porcell
Fàmel trovà el moros, ma ch’el sia bell!
Forse oggi grazie a internet, alle chat e alle webcam, per una ragazza trovare il moroso è un tantinello più facile. Ma un tempo, quando le ragazzine quindicenni già puzzavano del marcio bollito di camola in filanda era lui, Sant’Antonio Abate, il nume tutelare cui aggrapparsi quando si era in odore di zitellaggine e il moroso proprio non si riusciva a filarlo. E la preghiera di invocazione al Santo era quanto mai pretenziosa, come potete leggere nel distico finale del sonetto: non solo fammelo trovare, ma trovamelo pure bello, il ganzo.
Sant’Antonio Abate (da non confondersi con il lusitano Antonio di Padova) è di gran lunga il santo più popolare e amato della Brianza. Essendo non italiano, ma un lontano padre eremita del deserto, vi chiederete come mai egli sia così vicino e apprezzato dalla Brianza contadina. Il primo motivo l’ho detto: è il Santo da invocarsi dalle ragazze in cerca di marito, quindi già con questo incontra il favore di almeno la metà del genere brianzolo. Secondo motivo: è il tutelare del/dal fuoco in generale e di casa in particolare, quello per scaldarsi e a cucinare. Last but not least, egli protegge gli animali di casa e della stalla (cruciali, per la sopravvivenza della famiglia rurale). Un santo molto vicino al popolo umile, dunque, forse per questo più amato di altri santi più importanti, più pretenziosi e da sciori.
Sant'Antonio Abate, essendo il protettore degli animali domestici, è solitamente raffigurato circondato da bestie e in particolare con accanto un maiale che reca al collo una campanella. Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa in campagna benedice gli animali e le stalle, ponendoli sotto la protezione del Santo. La tradizione deriva dal fatto che l'ordine degli Antoniani aveva nel medioevo ottenuto il permesso di allevare maiali all'interno dei centri abitati, poiché il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant'Antonio. Secondo una leggenda, la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare tra loro era segno di cattivo auspicio.
Ma il tema della ricerca dell’amore impossibile è comunque quello prevalente, con Sant’Antonio Abate. Venerato a gennaio - che era appunto il mese dei matrimoni -, Sant’Antonio era soprattutto invocato dalle ragazze in cerca smaniosa di marito, che cantavano senza posa più o meno quella poesia-tiritera, dove ragazzo bello faceva sempre rima con porcello (e chissà che questa non fosse un ulteriore invocazione subliminale mandata al Santo): Sant'Antoni gloriòs, damm la grazia de fa 'l moròs, damm la grazia de fall bèll, Sant'Antoni del porcell.
La festa di Sant'Antonio è ancora oggi molto viva in Brianza, dove la si celebra tra frittelle e vino brûlé, e soprattutto tra i falò notturni. Sant’Antonio infatti, come ho già detto, era considerato il patrono del fuoco; secondo alcuni i riti attorno alla sua figura testimoniano un forte legame con le culture precristiane, soprattutto quella celtica e druidica.
E' nota infatti l'importanza che rivestiva presso i Celti il rituale legato al fuoco come elemento beneaugurante, ad esempio in occasione delle feste di Beltaine e di Imbolc: quest'ultima ricorrenza, che veniva celebrata il primo febbraio, salutava la fine ormai prossima dell'inverno e il ritorno imminente allungarsi e della bella stagione, con le giornate che iniziano ad allungarsi. Una festa, dunque, di origini antichissime, festeggiare la quale significava e significa, ogni anno, scatenare le forze positive e, grazie all'elemento apotropaico del fuoco, sconfiggere il male e le malattie sempre in agguato.
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