
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
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Brianza Sugar
Papaveri bianchi per medicina
oppure papaveri afgani d’oppio
dal succo potente, che vale doppio,
su quelle colture d’alta collina
a Magreglio? In quella nostrana Cina
prima che nascesse il motore a scoppio
li si coltivò per crisi d’accoppio
di masculi, estraendo papaverina
ed oli essenziali: un Viagra d’antan
da spalmare sulla verga ammainata,
massaggiandola con cura pian
piano appena prima del caldi amplessi,
in quel Secolo dei Lumi pomata
efficace contro i mosci insuccessi.
Brown Sugar, how comes you taste so good? Così cantava e canta tuttora il grande vecchio Mick Jagger front-man leader de I Sàss Borlànt (The Rolling Stones), magnificando metaforicamente una nota sostanza iniettabile, ottenuta dal fiore di papavero.
E immaginate la mia sorpresa nello scoprire che lassù nell’Afghanistan de noantri, ovvero sulle colture quasi Brianzole d’alta collina, appena sopra Canzo e Asso e precisamente nel Comune di Magreglio, nel settecentesco Secolo dei Lumi era diffusa la coltivazione del papavero bianco, fiore dal quale si ricavava un olio essenziale ricco di alcaloidi e papaverina, utile per quella guarigione, quel viril risanamento che i libertini pariniani giovin signori del tempo (alacri e assai attivi in liasons dangereux con le più disinibite contessine) potevano necessitare in quel luminoso, smutandato e libero secolo diciottesimo.
La notizia di tale coltura (poi azzerata nel più morigerato secolo successivo) è riportata nel “Saggio di storia naturale del lago di Como” del naturalista Domenico Mandelli (o Vandelli) della corte del duca di Modena, un Saggio pubblicato nel 1763. La buonanima del Mandelli su quelle immortali pagine ci ricorda come appena oltre
Non solo. L'afgano-modenese Mandelli si prese anche la briga di suggerire ai più sempliciotti brianzoli l’affiancamento o la sostituzione del cultivar papavero bianco con il più potente e redditizio papavero da oppio (sic!). Che dire? Incredibile questo Mandelli, altro che gli odierni pusher. Davvero bei tempi di spaccio il Secolo dei Lumi, mica come i tempi odierni, dove se appena tieni una innocente pianta di canapa sul balcone di casa rischi la denuncia.
Purtroppo non so dirvi se qualche paisan del luogo abbia poi aderito all'opportunità di trasformare la Valassina in una raffineria d'oppio. Ma visto che ormai vi ho portato su a Magreglio, in questa gita tra quei paradisi naturali e artificiali appena extra moenia brianzole (Magreglio non è Brianza, a stretto rigore), come non ricordarvi di visitare il notissimo Santuario della Madonna del Ghisallo? E’ una simpatica chiesetta del 1623, dove è venerata una effige della Madonna del Latte (protettrice delle lattanti), datata XVI secolo.
Dal 1949
Sempre a Magreglio, vi segnalo poi che dal belvedere Romeo (dal nome del Senatore del Regno On. Romeo, quello che rilevò negli anni ’20 l’azienda automobilistica Alfa di Arese e la fece diventare la mitica Alfa Romeo che conosciamo) si può ammirare un panorama mozzafiato che comprende le Grigne, le montagne che le fanno corona, il ramo del lago di Lecco, il centro e l'alto lago su quasi fino a Colico.
Inoltre non dimenticate che a Magreglio nasce il Lambro, il fiume brianzolo per antonomasia: passando per i Castagneti e risalendo il torrente Lambro si arriva alla Menaresta, fonte del fiume stesso, un sifone naturale dal quale periodicamente sgorga acqua.
Salendo l'erta di fronte alla Menaresta si entra nel Boeucc di Pegor, una serie di grotte comunicanti con stalagmiti (esattamente come in Afghanistan, che vi dicevo?). Risalendo verso i Castagneti è possibile osservare al confine del giardino di una villa il Masso Avello rimasto a Magreglio, utilizzato come vasca; poi più avanti, seguendo l'antica strada dei Vitt, si transita presso il Bus de
Infine, dal passo del Ghisallo si sale ancora più su verso Piano Rancio e la pista di sci di Pian Lavena, proseguendo ancora oltre si risale fino alle piste da sci del monte San Primo. Per chi volesse satollarsi, segnalo il mitico ristorante Chalet Gabriele, dove si mangia che è un piacere; in particolare la polenta taragna e il Tocc, una polenta locale con stratosferiche dosi di burro e formaggio, che si mangia fumante attingendola da una pentolona comune.
Dalla sala ristorante di quello Chalet, la vista sui due rami del Lago di Como che si riuniscono in punta a Bellagio è semplicemente da urlo.

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