
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
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L’Infinii a Montòrfen
Semper cara g'hoo avùu questa collìna
E questa scès, che da inscì tanta part
De l'ultim orizzont el vardà esclud.
Ma sedend e mirand, interminàa
Spazzj de là da quella, e sovrumàn
Silenzj e profondissima quiett
Mì nel pensèr me fingi, doè per pocch
El coeur me se spagura. E comè el vènt
Senti passà per questi ramm, mì quest
Infinii silenzios a quella vós
Vò a confrontà e me regordi l'eterno,
E i stagionn trapassàa e la present
E viva, e il sòn de lè. Inscì tra quella
Immensità se nèga el mè pensér
E el naufragà l’è dolz, dent in quel mar.
Da brianzolo DOC qual sono, da tempo vado affermando che i luoghi più ameni e tipici della Brianza possono essere ricondotti, per vari e molteplici aspetti, alla realtà e al mondo della Recanati ottocentesca di leopardiana memoria.
Gli elementi e gli indizi per confermare tale suggestiva similitudine sono davvero tanti: nei paesi della Brianza così come nelle Marche (terre fondamentalmente di matrice contadina) permaneva e permane tuttora - nonostante tutto - la cultura e il valore della terra coltivata; anche qui in Brianza si possono ammirare vaghissimi panorami, landscapes collinari coi quali Leopardi avrebbe potuto senza alcuna minima difficoltà o imbarazzo comporre il suo Infinito.
E ancora, sia qua in Brianza che là nel recanatese si trovavano (e si trovano ancora oggi, anche se più a fatica, almeno da noi) feste estive di paese rusticane, con balli e belle tose, contadinelle ieri e ragioniere CO.CO.CO. oggi, pronte ad irretire garzoncelli scherzosi; infine, anche da noi in Brianza tante ville padronali cosiddette di delizia, luoghi ameni dove un animo fragile e sensibilissimo come quello di Giacomo Leopardi avrebbe tranquillamente passato ore e ore sulle sudate carte, in sofferente meditazione e solitario studio nella biblioteca paterna.
Sono sufficienti questi, come elementi di prova?
Certo, potrebbero bastare. Eppure ci sarebbe da chiedersi (io, almeno, me lo sono chiesto) se un Giacomo Leopardi cresciuto che so, in villa Greppi a Monticello Brianza o in villa Crivelli a Inverigo sarebbe diventato esattamente quello che era nella sua Recanati. E avrebbe scritto quel grande capitale poetico che ci ha lasciato.
Perché, oltre agli elementi comuni, c’è anche una differenza tra il Leopardi recanatese e un ipotetico Leopardi brianzolo, uno iato che non è ozioso e che forse vale la pena mettere in evidenza.
Tale differenza è connessa alla più stretta vicinanza della Brianza alla città di Milano. Una vicinanza che stride rispetto alla - per quei tempi - distanza siderale di Recanati da Bologna o da Roma. Fosse stato in Brianza, questa prossimità a Milano avrebbe consentito a uno spirito libero come quello di Leopardi di recarsi in mezzo dell’intellighentia milanese a parlare e confrontarsi - che so - con un Manzoni, uno Stendhal o un Porta con un’ora scarsa di cavallo. E davvero lo vedo Giacomo Leopardi dire al Conte Monaldo: "Pader, staséra foo on salt al salòtt de Madame de Stael giò a Milan, te me poedet prestà la tòa carrozza?"
Forse Monaldo gli avrebbe volentieri pure dato le chiavi di casa a quel figlio un po’ troppo sui libri, purchè si divertisse dicendogli: "Tegn anca i ciav del cancell, ma fa minga tropp tard, veh!"
Se fosse davvero andata in questo modo, forse avremmo avuto sulla faccia della terra un uomo triste, gobbo e depresso in meno. E magari una Ginestra che avrebbe avuto una visione meno pessimista di quello che oggi invece leggiamo.
Fanta-letteratura questa, mi direte. Può darsi. Credo però che Giacomo, fuori dall’ambiente retrivo dello Stato della Chiesa, in Brianza a due passi da Milano, da Monza, da Lecco, nonché (non dimentichiamolo) dalla tentacolare Costa Masnaga sarebbe stato forse uomo più pratico, ma soprattutto più felice.
Come sapere se ciò è vero? Ecco - in sostanza - il perché mi sono cimentato a tradurre alcuni tra i più noti Canti leopardiani in lingua insubre (e non provateci, a chiamarlo dialetto). Iniziando ovviamente dall’idillio per eccellenza: l’Infinito. Credo che gustare il sapore dei celeberrimi canti in lengua sia una maniera davvero efficace per scoprire di che pasta sarebbe stato Leopardi Giacomo, qualora fosse stato on brianzoeu.
Ovviamente, in questo jeu traspositivo la collina leopardiana del monte Tabor, in Brianza non poteva essere altro che il colle di Montorfano, quella gobba di roccia isolata a forma di pan di zucchero che spunta sola come un cane, ultimo avamposto delle Prealpi. L’Infinito, in sostanza, Leopardi in Brianza l’avrebbe composto lassù.
What else? direbbe quel laghèe di George Clooney.
Ebbene: pur nella arbitrarietà e discutibilità dell’operazione, devo proprio ammettere che rileggendo la mia traduzione in milanese (non certo perfetta) dell’Infinito ci trovo un inconfondibile odore di fieno, di cascina, di letame e di stalla: meno umor nero e pessimismo, ma più concretezza, profumo di aratura e di sfalcio d’erba, mischiati all’odore di segheria, di filanda mista al legno per mobili appena tagliato. Odori di vero artigianato e di sudata fabbrichetta.
Sarà forse a motivo della nostra lengua in sé, che avvicina il lettore del territorio molto di più della lingua nazionale, ufficiale e che sa renderlo più contiguo e in sintonia con chi scrive?
O sarà invece per causa delle sonorità precipue e tipiche della nostra parlata insubro-celtica, che per qualche arcano motivo fa trasparire e mette a nudo i pregi (e anche i difetti, ci mancherebbe) della nostra cultura e filosofia brianzola?
Chissà. Ai posteri l’ardua sentenza, diseva el Don Lisander. Spero almeno però, che leggendo queste mie minime traduzioni, vi torni la curiosità e un nuovo piacere per tornare a rileggervi i Canti di Leopardi, quelli veri, in versione originale. Giacomo ve ne sarebbe eternamente grato.

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