Brianzolitudine

Brianza come stato d'animo

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Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.

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sabato, 19 aprile 2008

L’Infinii a Montòrfen

Semper cara g'hoo avùu questa collìna

E questa scès, che da inscì tanta part

De l'ultim orizzont el vardà esclud.

Ma sedend e mirand, interminàa

Spazzj de là da quella, e sovrumàn

Silenzj e profondissima quiett

Mì nel pensèr me fingi, doè per pocch

El coeur me se spagura. E comè el vènt

Senti passà per questi ramm, mì quest

Infinii silenzios a quella vós

Vò a confrontà e me regordi l'eterno,

E i stagionn trapassàa e la present

E viva, e il sòn de lè. Inscì tra quella

Immensità se nèga el mè pensér

E el naufragà l’è dolz, dent in quel mar.

 

 

Da brianzolo DOC qual sono, da tempo vado affermando che i luoghi più ameni e tipici della Brianza possono essere ricondotti, per vari e molteplici aspetti, alla realtà e al mondo della Recanati ottocentesca di leopardiana memoria.

Gli elementi e gli indizi per confermare tale suggestiva similitudine sono davvero tanti: nei paesi della Brianza così come nelle Marche (terre fondamentalmente di matrice contadina)  permaneva e permane tuttora - nonostante tutto - la cultura e il valore della terra coltivata; anche qui in Brianza si possono ammirare vaghissimi panorami, landscapes collinari coi quali Leopardi avrebbe potuto senza alcuna minima difficoltà o imbarazzo comporre il suo Infinito.

E ancora, sia qua in Brianza che là nel recanatese si trovavano (e si trovano ancora oggi, anche se più a fatica, almeno da noi) feste estive di paese rusticane, con balli e belle tose, contadinelle ieri e ragioniere CO.CO.CO. oggi, pronte ad irretire garzoncelli scherzosi; infine, anche da noi in Brianza tante ville padronali cosiddette di delizia, luoghi ameni dove un animo fragile e sensibilissimo come quello di Giacomo Leopardi avrebbe tranquillamente passato ore e ore sulle sudate carte, in sofferente meditazione e solitario studio nella biblioteca paterna.

Sono sufficienti questi, come elementi di prova?

Certo, potrebbero bastare. Eppure ci sarebbe da chiedersi (io, almeno, me lo sono chiesto) se un Giacomo Leopardi cresciuto che so, in villa Greppi a Monticello Brianza o in villa Crivelli a Inverigo sarebbe diventato esattamente quello che era nella sua Recanati. E avrebbe scritto quel grande capitale poetico che ci ha lasciato.

Perché, oltre agli elementi comuni, c’è anche una differenza tra il Leopardi recanatese e un ipotetico Leopardi brianzolo, uno iato che non è ozioso e che forse vale la pena mettere in evidenza.

Tale differenza è connessa alla più stretta vicinanza della Brianza alla città di Milano. Una vicinanza che stride rispetto alla - per quei tempi - distanza siderale di Recanati da Bologna o da Roma. Fosse stato in Brianza, questa prossimità a Milano avrebbe consentito a uno spirito libero come quello di Leopardi di recarsi in mezzo dell’intellighentia  milanese a parlare e confrontarsi - che so - con un Manzoni, uno Stendhal o un Porta con un’ora scarsa di cavallo. E davvero lo vedo Giacomo Leopardi dire al Conte Monaldo: "Pader, staséra foo on salt al salòtt de Madame de Stael giò a Milan, te me poedet prestà la tòa carrozza?"

Forse Monaldo gli avrebbe volentieri pure dato le chiavi di casa a quel figlio un po’ troppo sui libri, purchè si divertisse dicendogli: "Tegn anca i ciav del cancell, ma fa minga tropp tard, veh!"

Se fosse davvero andata in questo modo, forse avremmo avuto sulla faccia della terra un uomo triste, gobbo e depresso in meno. E magari una Ginestra che avrebbe avuto una visione meno pessimista di quello che oggi invece leggiamo.

Fanta-letteratura questa, mi direte. Può darsi. Credo però che Giacomo, fuori dall’ambiente retrivo dello Stato della Chiesa, in Brianza a due passi da Milano, da Monza, da Lecco, nonché (non dimentichiamolo) dalla tentacolare Costa Masnaga sarebbe stato forse uomo più pratico, ma soprattutto più felice.

Come sapere se ciò è vero? Ecco - in sostanza - il perché mi sono cimentato a tradurre alcuni tra i più noti Canti leopardiani in lingua insubre (e non provateci, a chiamarlo dialetto). Iniziando ovviamente dall’idillio per eccellenza: l’Infinito. Credo che gustare il sapore dei celeberrimi canti in lengua sia una maniera davvero efficace per scoprire di che pasta sarebbe stato Leopardi Giacomo, qualora fosse stato on brianzoeu.

Ovviamente, in questo jeu traspositivo la collina leopardiana del monte Tabor, in Brianza non poteva essere altro che il colle di Montorfano, quella gobba di roccia isolata a forma di pan di zucchero che spunta sola come un cane, ultimo avamposto delle Prealpi. L’Infinito, in sostanza, Leopardi in Brianza l’avrebbe composto lassù.  

What else? direbbe quel laghèe di George Clooney.

Ebbene: pur nella arbitrarietà e discutibilità dell’operazione, devo proprio ammettere che rileggendo la mia traduzione in milanese (non certo perfetta) dell’Infinito ci trovo un inconfondibile odore di fieno, di cascina, di letame e di stalla: meno umor nero e pessimismo, ma più concretezza, profumo di aratura e di sfalcio d’erba, mischiati all’odore di segheria, di filanda mista al legno per mobili appena tagliato. Odori di vero artigianato e di sudata fabbrichetta.

Sarà forse a motivo della nostra lengua in sé, che avvicina il lettore del territorio molto di più della lingua nazionale, ufficiale e che sa renderlo più contiguo e in sintonia con chi scrive?

O sarà invece per causa delle sonorità precipue e tipiche della nostra parlata insubro-celtica, che per qualche arcano motivo fa trasparire e mette a nudo i pregi (e anche i difetti, ci mancherebbe) della nostra cultura e filosofia brianzola?

Chissà. Ai posteri l’ardua sentenza, diseva el Don Lisander. Spero almeno però, che leggendo queste mie minime traduzioni, vi torni la curiosità e un nuovo piacere per tornare a rileggervi i Canti di Leopardi, quelli veri, in versione originale.  Giacomo ve ne sarebbe eternamente grato.

Postato da: brianzolitudine a 08:43 | link | commenti (14) |
montorfano, leopardi in brianza


Commenti
#1   19 Aprile 2008 - 10:02
 
Assolutamente sorprendente, come assuma altri colori e divenga in tutt'altro modo evocativa, la "tua" lirica del Leopardi ...'brianzolizzata'!

Trasportata dalla tua immaginazione, mi vedo un Giacomo sostare tra i campi ad ascoltare un coro di giovani fanciulle intente al lavoro campestre cantare "La Ranza" ...(e via, con l'immaginazione più sfrenata...)

Paradossale?
Sì, forse sarà finzione troppo azzardata, però l'idea ( e le sue supposte dirette conseguenze) nutre davvero del fascino...!

(Ma quanto mi piacerebbe, ospitare questa tua "versione in lengua" sul "comonpoesia" - ovviamente, con link diretto al tuo simpaticissimo pezzo esplicativo...)

Luciana
http://ww.comoinpoesia.com

utente anonimo

#2   19 Aprile 2008 - 10:44
 
straordinaria
straordinario
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#3   19 Aprile 2008 - 12:03
 
Ecco fatto.... abbiamo trasferito Giacomo da Recanati alla Brianza, in quel di Montorfano... e poi a Como:
http://larioinpoesia.blogspot.com

in fantasioso tour postumo...
multiculturalpoeticointerregionale...

Ciao!
Luciana
http://www.lucianabianchicavalleri.com
utente anonimo

#4   19 Aprile 2008 - 14:12
 
Su suggerimento di Amalteo sono arrivata al tuo esercizio di traduzione. Non sono in grado di apprezzarne il valore-ti scrivo da Roma-ma mi permetto qualche piccola osservazione sulla tua bizzarra teoria di un Leopardi brianzolo.
Ammesso, ma niente affatto concesso, che si sarebbe potuto avere "un uomo triste e depresso in meno", almeno la gobba anche in Brianza l'avrebbe conservata! Se in Brianza non si fosse mai dato il caso di persone gobbe penso che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ce lo avrebbe fatto sapere.
E veniamo al paesaggio. Trascuri un particolare di non piccola importanza. Il mare, niente di meno. "Quel lontano mar" che gli ispirò "pensieri immensi" e "dolci sogni". Con buona pace di Insubri e Celti, nelle sue passeggiate Leopardi guardava il mare da lontano e questo piccolo fatto trasforma e ribalta e cambia significato a qualunque panorama. Non sono sicura che per un poeta, la vicinanza ad un centro vibrante di vita culturale valga più di uno scintillio lontano. Tendo, piuttosto, a credere il contrario. Soprattutto per un poeta di così partecipe attenzione alla natura. Leopardi non è restato indietro rispetto alla cultura dei suoi anni, malgrado la sua collocazione periferica (che tanto lo ha fatto soffrire). Questo dovrebbe dirci qualcosa.
Non conosco il Montòrfen, ma il Tabor sì.
Non ho ragione di pensare che la bellezza dei due paesaggi non si equivalga. Questo nostro paese ne conserva ancora non pochi esempi. Ma, sia pure simpatico, il tuo "spaesamento" di Leopardi mi sa un po' di abuso. Non edilizio, ma poetico-paesaggistico sì.
con simpatia, marina
utente anonimo

#5   19 Aprile 2008 - 14:41
 
Ciao, insubre amico:-)
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#6   19 Aprile 2008 - 16:05
 
mi accorgo che un'aria pungente circola nel mio commento. Toglila via tu, non era nelle mie intenzioni :-)
ciao, marina
utente anonimo

#7   19 Aprile 2008 - 19:49
 
Se hai letto il mio libro, fuochino...
Splendida la poesia!
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente anneheche

#8   19 Aprile 2008 - 20:53
 
@luciana: grassie! :)

@amalteo: grazie, anche della segnalazione a marina.

@marina: in effetti il tuo commentino punzecchia un pochetto... ;) ma perchè cancellarlo? Meglio una puntura intelligente che un cuscino sciocco. E di spunti intelligenti il tuo commento ne porta assai. Il discorso sul mare, innanzitutto: è vero, quel mare recanatese al giovane Giacomo doveva essergli entrato nel sangue. Però credo che, dopo l'adolescenza, quel mare sia diventato per lui la metafora del mondo lontano a lui negato, lui albatros baudelaireiano che voleva volare alto destinato in quella meschina nave di marinai recanatesi che (peggio ancora che dileggiarlo), lo ignoravano.

Col padre che si ritrovava, e la madre avara che metteva tutti a stecchetto, per me un pensierino di buttarsi dai veroni del paterno ostello se lo sarà senz'altro fatto, verso i 16-17 anni. E' solo grazie alla comprensione dei fratelli, di Paolina in primis, che deve aver potuto superare indenne il trauma della sua giovinezza deforme e senza amore. In effetti è stupefacente come egli si sia potuto aggiornare alle idee più moderne del secolo, in quella posizione così periferica e reazionaria, in quell'ambito papalino così mediocre ben rappresentato dai sonetti del Belli.
Quello che mancava a lui era il dialogo, anche a distanza (Leopardi sarebbe stato un blogger di una amorevolezza sublime), a lui serviva una sponda ai suoi pensieri "forti", e purchè la sponda ci fosse si attaccò a quella di Piero Giordani (personaggio sicuramente non alla sua altezza, ma tanto a lui bastava).

La storia non si fa con i se e men che meno la letteratura, ma certo ci si può chiedere se a Giacomo sarebbe andata meglio una esistenza nell'ambito illuministico-romantico dell'insubria milanese. Io credo di sì, anche senza il mare di Recanati (qui è vero, al massimo ci sono i laghetti briantei, peraltro assai belli - vedi foto di Marsala in esergo ad esempio, del lago di Montorfano). Ciò senza idealizzare un territorio come il mio che ha i suoi limiti, e che senz'altro non ha il potere di togliere la gobba a chi ce l'ha ;). Ricambio la simpatia, torna ancora a punzecchiare! :D

@annasetari: la tua amicizia è balsamo, in questi giorni...

@anneheche: Lo so, lo so, ormai di te so quasi tutto. E la cravatta, m.lle? ;)
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#9   19 Aprile 2008 - 22:28
 
Brian! Meraviglia!
Sai che la versione in brianzolo mi piace un sacco? Nonostante penso che, sicuramente, se l'avessi sentita oralmente ci avrei capito ben poco (purtroppo). Leggerla è già un piacere.

Poi.
Mi fa morire la frase: "Pader, staséra foo on salt al salòtt de Madame de Stael giò a Milan, te me poedet prestà la tòa carrozza?"
Te lo immagini? (io lui sì, ma Germaine Necker no, in tutta sincerità... ché quella amava gli altolocati pieni di soldi).

Last but not least: l'indiriss personale non riesco proprio a trovarlo, ho mosso mari e monti ma niente. Rimane la casa editrice. Va bene lo stesso? Fammi sapere pls.

A presto!
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#10   20 Aprile 2008 - 15:54
 
complimenti brianzolo,
mica solo porte di mogano e cemento e lavoro.
creativo e divertente il tuo esercizio. di qualità.
non mi sento brianzolo nonostante io porti un nome inequivocabilmente legato alla valle del mobile. sono cresciuto a milano con una finestra sul resto del mondo. poche attenzioni per il vicinato. che conosco a macchia di leopardo.
Lasciami però dire che anche in area abbiamo avuto dei bei nordici allegroni doc al pari di giacomo. dopo le vacanze sul lago fogazzaro scrive piccolo mondo antico (mica roba da discoteca) con freddo, morti affogati, polenta e lagna strappalacrime. e anche manzoni con l'allegria non ci scherza. la sua fantasia è dark: guarda la sfiga che accompagna renzo e lucia; in mancanza di scarogna contemporanea ove non riesce contestualmente a collocare la storia, la sua mente contorta va a scomodare fatti di 200 anni prima: la peste del 600! bell'ottimista... ma non poteva parlare delle sartine della scala, della politica dell'italia che stava forgiando il suo destino?
Il DNA del brianzolo ben si evince emblematico nella briosa spensierata creatività del nativo di mariano che si esprime genuino e scontato nello slogan del "divano lillo"!

ti linko fratello.
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#11   20 Aprile 2008 - 20:25
 
Ottimo esercizio, ma mi trovo d'accordo con Marina... sulla mancanza del mare...
Ovviamente sono di parte ;-)

PS. ego di regina? forse... ma anche con un ego più basso, l'ammirazione a modo e contenuta è sempre ben accetta
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#12   21 Aprile 2008 - 13:14
 
saggio ineccepibile, tuttavia da terrunciella non conosco l'anima dei brianzoli e da quello che scrivi devo arguire che sia più ilare rispetto all'aria malaticcia e sofferente del Leopardi.
Tuttavia la riflessione di serendipidity non è errata.
Secondo me è meglio lasciare ognuno a casa sua. Magari cresciuti in cattività li avremmo snaturati.
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#13   22 Aprile 2008 - 21:56
 
La cravatta è tua!
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#14   23 Aprile 2008 - 06:09
 
@italianpoetry: grazie. Anche per lo sforzo su seamus.

@serendipity: :):):) Il divano lillo è per molti, ma non per tutti. Grazie della visita, torna ancora a trovarmi, milanès! ;)

@dreamlady: eh, 'sto mare!

@chirieleison: magari qui in Brianza Giacomo sarebbe diventato uno schiavista proprietario di filanda, duro come l'acciaio. Chissà...

@anneheche: :) grassie! Come provvedo al ritiro?
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