
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
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Forse alla dogana di Concorezzo
stava andando Luca… (il vero cognome,
penso, meglio non citarlo siccome
è stato trovato nel suo automezzo
piegato sul posto di guida, un pezzo
di tubo flessibile sull’addome,
il miasma pungente dei fumi come
incenso impregnato addosso e il disprezzo
della vita in una smorfia) …è il commento
asettico al bar, ma ciascuno pensa
a quel sovrumano rinnegamento
della moglie, dei due figli e all’immensa
frase vi amo tutti in dissolvimento
scritta al finestrino, sulla condensa.
Lavorare, consumare e crepare in Brianza, oggi. E' lunedì mattina e, come tante altri giorni, per andare in auto al lavoro a Monza passo davanti alla dogana di Concorezzo, uno dei posti più ostili e impersonali di tutta
Oggi quel piazzale appare invece essere il mesto crocevia del niente. Immagini di case, campi incolti e asfalto deserto; c’è solo un finanziere con un cane lupo che ringhia a qualcosa lontano. Eccomi qui. Sono fermo in coda in doppia fila, sulla strada che da Vimercate porta verso a Monza. I volti che scorgo negli altri abitacoli sono simili al mio, un misto di noia e tensione per una settimana che ricomincia.
Ma oggi il passare dalla dogana assume un senso diverso, dipinto in tonalità ancora più scura per un paesaggio che è sempre quello, ma non lo è più. Mentre guido osservo i campi intorno: qualche cascina a pezzi, tralicci dell’alta tensione e stoppie che bucano la terra arata. E' in un lunedì come questo che qualche settimana fa un mio amico, Luca, sul suo veicolo ha deciso di farla finita in mezzo a un campo.
Nessuno ancora oggi lo sa, se stesse davvero andando verso la dogana o se soltanto voleva passare da queste parti. Fatto sta che l’hanno trovato in un campo, morto asfissiato nel suo abitacolo a poche centinaia di metri da qui, piegato sul sedile di guida alle le nove e mezzo del mattino. Problemi economici non ne aveva proprio, e la sua famiglia pareva non dico felice, ma di certo era molto più tranquilla e serena di tante altre, senza problemi visibili.
E allora mi chiedo se per prendere una decisione del genere (o per evitare di prenderla) basti un niente, una goccia che faccia traboccare il vaso, che cada o che non cada dal rubinetto della vita. Se per Luca è andata così, se quella goccia finale è purtroppo caduta, del suo bicchiere ben colmo nessuno pareva essersene accorto. Nemmeno sua moglie, i suoi colleghi di lavoro, gli amici che più gli stavano vicine. Io sono venuto a sapere del suo gesto a mezzogiorno, al bar di Monza dove spesso ci si incontrava per un panino. Quando ci sono entrato c’erano tre altri miei amici in piedi al banco, che discutevano.
Le facce scure, sguardi che trasudavano qualcosa di molto strano, e serio. Ho subito capito che quello non era un lunedì mezzogiorno qualsiasi. “Lo hai saputo?” Mi hanno chiesto. “Saputo, che cosa?” ho risposto. La tensione era palpabile, quasi fossi in colpa per non saperlo ancora. “Luca è morto stamattina, verso le nove e mezzo." L’avevano trovato nel suo mezzo con i vetri sigillati e un tubo di gomma legato allo scarico, col motore ancora acceso.
Stupore, incredulità, rabbia e un motivo che si fa fatica a trovare. Luca era un amico di tutti, al bar. Aveva sempre una battuta, un benevolo sfottò interista per noi milanisti, non era mai triste o contrariato, sempre a parlare dei suoi clienti e del lavoro. Chissà cosa covava.
“Ma ha lasciato qualcosa, un biglietto?” Lo chiedo solo per dire qualcosa. Possibile non trovare un motivo per quel gesto? Il lavoro gli andava bene, non aveva certo problemi di soldi. Mi risponde il barista, che con noi partecipa alla discussione pur preparando panini e caffè: “Non ha lasciato nulla, a parte una scritta sulla condensa del finestrino, fatta col dito. Così almeno ha detto chi l’ha trovato, solo che è ormai evaporata. Ci stanno lavorando i carabinieri.”
Ancora adesso non si sa che cosa abbia scritto Luca, su quel finestrino. Io penso che ci abbia detto ciò che ho c’è nel mio sonetto: una parola di affetto per moglie e figli prima di andarsene, per tentare di scrostarsi dal fondo dell’anima quel cupo sole nero, quella depressione che probabilmente gli rodeva dentro.
Sono le due del pomeriggio, ormai il lunedì è entrato nella sua fase discendente. Ma nel bar non c’è voglia di andare via, di percorrere il rituale quotidiano di un pomeriggio di lavoro da riprendere in mano col suo solito trantran. Luca non lo merita, che noi ci si lasci in quel modo. Si dovrebbe dire qualcosa: non dico una preghiera, ma quasi. Nessuno parla. Chiedo un caffè al barista, mi informo di quando sarà il funerale. Mi rispondono che non si sa ancora, i carabinieri devono prima chiudere le indagini. Bevo il mio caffè, lentamente. Quando la tazzina sarà vuota dovrò decidermi, uscire e tornare al lavoro.
“Beh, fatemelo sapere. Mi spiace tantissimo per Luca. Forse stasera vado a casa sua a trovare sua moglie e i parenti.” Ci lasciamo così, senza un commiato, senza quel requiem che non si può recitare in quel locale laico che ha sempre sentito imprecazioni, risate e bestemmie da bar. Eravamo quattro amici, diceva la canzone, ora ci lasciamo e ci ritroviamo di nuovo soli nella nostra auto a pensare al nostro amico Luca e alla sua decisione di farla finita, per sempre.
Il cielo sopra la Brianza è freddo, grigio, in quella giornata di febbraio. Pare di essere a dicembre. Forse è stato anche per quel cielo così vuoto, insopportabile, che alla dogana di Concorezzo Luca proprio non è riuscito a andarci.

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