Brianzolitudine

Brianza come stato d'animo

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Utente: brianzolitudine
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.

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mercoledì, 22 agosto 2007

Brianza Wash Machine

lavatoio_elena_auddino  Brugherio

E’ coperto di macerie quel vecchio

lavatoio a Casirago, là dove

si spaccavano lavandaie a nove

alla volta, per smacchiare le prove

dei sudori contadini col secchio

della cenere sbiancante; lo specchio

d’acqua di fontana (a volte parecchio

letale, d’inverno) elargiva nuove

sensazioni a quelle mani impregnate

di mutande, canottiere e lenzuola,

maglie e camiciole, qualche pezzuola

bianca, calze e bende in quell'alta scuola,

dove tra i risciacqui intere brigate

di schiave cantavano, incatenate.

 

Volevo intitolare questo post Brianza Spiritual, poi però ho cambiato idea e tra poco ve ne spiegherò il motivo. Perché è innanzitutto doverosa una precisazione geografica: Casirago è località del Comune di Monticello Brianza, paese dove vivo. Non è luogo molto noto, Casirago, ancorché il dizionario Cherubini già nell’Ottocento lo citi come punto di produzione di ottimi bachi da seta.

Casirago come toponimo è certo più famoso nel mondo per aver generato il relativo cognome Casiraghi, forse uno dei cognomi brianzoli più noti (io medesimo son Casiraghi per nonna paterna e un Casiraghi brianzolo, prematuramente defunto, fu come ben ricorderete maritato con la figlia maggiore di Grace di Monaco).

Il lavatoio di Casirago stava a trecento metri da casa mia, in un campo, infossato nel terreno. Era in pietra, lungo e stretto e molto bello: esso consentiva il lavaggio a nove donne alla volta, era alimentato con acqua di sorgente e quindi fredda come il polo, soprattutto nei mesi invernali. Parlo come notate all’imperfetto, perché oggi quel lavatoio (davvero stupendo, architettonicamente) fu del tutto coperto da macerie di cantiere alcuni anni fa, credo per motivi di sicurezza (essendo infossato nel terreno, quel lavatoio era un pericolo per i bambini che si avventuravano nel campo).

Però oggi, vista la frenesia che oggi tutti pervade nella conservazione di antiche vestigia brianzole, credo che un pensierino di recupero storico per quel lavatoio l’amministrazione del mio paese lo dovrebbe fare. Quel lavatoio è tuttora là sotto le macerie, pronto da scoperchiare.

Ma parliamo adesso e finalmente dell’infame attività di lavaggio indumenti, che le donne brianzole di una volta erano costrette a svolgere, curvate come muli sopra questi lavatoi in pietra per cercare di rendere più puliti (o meglio, meno sporchi) i quattro stracci di famiglia. Gli strumenti che le aiutavano erano pochissimi: cenere per sbiancare, sapone di Marsiglia (se c‘era) e soprattutto tanto, tantissimo olio di gomito. Era una tortura settimanale, quella del lavaggio al lavatoio pubblico, che aveva come unico sollievo la compagnia di altre donne, con le quali si poteva conversare o cantare, da neo-schiave nere là non a raccogliere ma a lavare cotone.

I vestiti che avevano da smacchiare, poi, quelli ve li raccomando. A quelle povere lavandaie toccava una vera via crucis, ovvero mettere letteralmente le mani in tutto quello che la famiglia aveva lordato. L’elenco era solitamente alquanto gramo: giacche o vestiti del regior (il nonno) sporchi di vomito da sbronza, mutande mestruate delle proprie figlie, mutande di tutta la famiglia in genere belle sporche (e diciamolo pure: di merda). Tenendo conto che una volta in Brianza come altrove non c'era carta igienica e il criterio per indossare correttamente le mutande al mattino era per tutti alquanto semplice: giallo davanti, marrone dietro.

La donna brianzola si recava al lavatoio con questo continuo fardello di roba sozza e l’unico modo per eliminare la lordura era tanta acqua fredda e tante strofinate, seguite da strizzate alquanto faticose: un lavoro, questo, per certo assai poco piacevole.

Ma fortunatamente, questa brutta storia di neo-schiavitù femminile ha trovato un lieto fine. Il nome dell’Abramo Lincoln brianzolo che ha liberato le contadine-casalinghe dalla crocefissione periodica al lavatoio è uno, uno solo: si chiama Eden Fumagalli, padre fondatore della notissima azienda Candy. Il buon Fumagalli intuì (o forse, da brianzolo, contemplò effettivamente de visu i misteri dolorosi del lavaggio di panni, ai quali la donna era assoggettata allora) e nel primo dopoguerra creò dal nulla a Brugherio (estremo sud del Brianzashire) quell’impero industriale che ha proprio nella lavatrice il suo punto di forza.

Fu nel 1945, quando, nelle Officine Meccaniche Eden Fumagalli di Monza, vide la luce la Modello 50, uno dei primissimi miracoli di benessere domestico: la prima lavabiancheria tutta italiana. Nata dal talento di Eden Fumagalli, la nuova protagonista del lavaggio venne presentata ufficialmente al pubblico alla Fiera di Milano nel 1946.

E se dovessi dire quale è l’invenzione che ha più beneficato il genere femminile negli ultimi 5000 anni di storia dell’umanità, direi senza alcun dubbio appunto la lavatrice (prima ancora del fuoco, del forcipe, o del vibratore), considerando la tanta fatica e il disagio rappresentati per la Foemina Sapiens dall’improba attività del bucato a mano. Perché la tortura del lavaggio periodico è stata per millenni una schiavitù, dalla quale la donna si è affrancata solo grazie a quell’ormai indispensabile elettrodomestico.

Ci sarebbe un nuovo elettrodomestico ancora da inventare, che darebbe finalmente la totale liberazione alla femmina casalinga, ma lo ritengo difficilmente realizzabile: parlo della stiratrice automatica, ovvero una macchinetta che, dopo il lavaggio ed asciugatura, ci consegni tutti gli indumenti perfettamente stirati e inamidati. In alternativa, basterebbe che qualche stilista lanciasse la moda di indossare abiti non stirati, oppure che il compagno/marito della povera donna stiratrice imparasse anche lui (una buona volta) a smanettare correttamente col ferro da stiro caldo. Eventi, questi ultimi due, che ritengo peraltro si avvereranno con probabilità assai vicina allo zero.

 

Mullah Nasrudin ci propone in ultimo il suo punto di vista, sempre gradito anche perchè ottimamente confezionato:

 

Molte attività col senno di poi
sembrano umilianti, ma chi lavava
forse si riterrebbe meno schiava
di certe nostre femmine che noi

riteniamo emancipate: tu puoi
dire se una programmatrice java
a ottocento euro è felice, o stava
meglio a lavandare i panni dei suoi

come le antenate, o se quelle nonne
ambissero a un passato da cubiste
per sentirsi così davvero donne?

Non so se fosse meglio allora o adesso
né in assoluto cosa sia più triste
di fraintendere il senso del progresso.

Postato da: brianzolitudine a 23:14 | link | commenti (16) |
monza, brugherio, monticello


Commenti
#1    23 Agosto 2007 - 10:15
 
E' un post meraviglioso. Due post in uno, direi.
Oggi vendono detersivi "alla cenere" (ma di sintesi) per richiamare ala mente l'evocazione di un tempo nostalgico in cui lavandaie felici gioivano nel portar candore a panni e cenci.
Una grande ipocrisia degna di un mondo che finge che il passato sia stato un luna park di mulini bianchi e bucati al sole.

Peraltro: viva la lavatrice, a cui mediamente dedico piu' tempo che a me stessa ma oggi, considerato che le donne, volenti o nolenti, lavorano (quante famiglie possono arrivare a fine mese con un solo reddito?), perche' ancora si insiste sulla pretesa "femminilita' " di certe mansioni? Come se le donne fossero geneticamente programmate per centrifughe e candeggi...
Non ho ancora veduto un regio decreto che esoneri gli uomini dal rituale del calzino da pulire: il bucato e' di tutti. Democrazia e igiene, questo dovrebbe essere lo slogan :))
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#2    23 Agosto 2007 - 11:20
 
Ciao! Me lo sono gustato fino in fondo, questo post a risciacquo! In attesa che inventino la stiratrice perfetta (non quei rulli caldi a pedale, dove ci stiri bene solo gli asciugamani), io mi arrangio con abbigliamento casual, ossia di quello che basta sbatacchiarlo un po' e sembra stirato. Altro che la bisnonna, con il ferro a carbonella!
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#3    23 Agosto 2007 - 15:53
 
Molte attività col senno di poi
sembrano umilianti, ma chi lavava
forse si riterrebbe meno schiava
di certe nostre femmine che noi

riteniamo emancipate: tu puoi
dire se una programmatrice java
a ottocento euro è felice, o stava
meglio a lavandare i panni dei suoi

come le antenate, o se quelle nonne
ambissero a un passato da cubiste
per sentirsi così davvero donne?

Non so se fosse meglio allora o adesso
né in assoluto cosa sia più triste
di fraintendere il senso del progresso.

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#4    23 Agosto 2007 - 21:36
 
Parecchio interessante il tuo post. Penso a che fatica si sottoponevano quelle lavandaie; oggi ci si lamenta spesso di quanto abbiamo da fare ma un tempo era molto peggio e magari nessuno se ne lagnava!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Luna70

#5    24 Agosto 2007 - 10:14
 
grazie a tutti gli interventi, che contengono ciascuno un grande spicchio di verità. Che il mondo sia cambiato in meglio o in peggio, per il genere femminile o per il genere umano in genere, non è generalizzabile :)

Forse si muore meno di guerra e si crepa meno di fame, questo si. E la tecnologia ci dà una grande mano a godere il tempo libero che ci avanza.

Però è sintomatico che, una volta introdotta la tecnologia, si sposti verso l'alto il livello della qualità della vita: inventata la lavatrice, poteva bastare, e invece no, abiti sempre più puliti e più bianchi. Inventata la scopa, si pretesero pavimenti lucidi e a cera, eccetera eccetera.

Come se si avesse una grande paura del tempo libero che la tecnologia ci mette a disposizione.
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#6    24 Agosto 2007 - 10:16
 
Dimenticavo per il mullah: gran sonetto di gran fattura. Se sei d'accordo lo promuovo nel post principale. Ok?
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#7    24 Agosto 2007 - 11:25
 
Ma no, ma no, che dici... provavo a sonettare nel tuo stile atonale, anche se non mi viene molto bene. Ne sarei onorato, quasi quasi metto su una tekkia in Brianza!
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#8    24 Agosto 2007 - 11:38
 
Sono d'accordo con Luna, e la sua osservazione si potrebbe estendere anche ad altri settori della vita (l'elenco sarebbe infinito).
Molto bello il tuo post, ma questa decisamente non è una novità!
Curioso: ero convinta che tu fossi di Monza :)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente anneheche

#9    25 Agosto 2007 - 14:49
 
Ho fatto in tempo a vederle in azione, le lavandaie. Sulla strada da Mantova e Cremona, dalle parti di Bozzolo. Non era così drammatica come la vede Brian, c'è una capacità di accettare le situazioni inevitabili, ce l'hanno gli uomini, ma le donne ancora di più. Parlavano molto, si raccontavano, piangevano, ridevano spettegolavano, non c'erano altri posti dove stare insieme per ore. Al Guercino, a vent'anni (poco dopo il 1610), dissero di fare un quadretto di ninfe, lui rappresentò due donne del suo paese che si lavavano nel fiume scendendo in acqua dal lavatoio, probabilmente il Guercino le spiava tra le piante. Non so mettere le immagini nei commenti, mando a Brian l'immagine del quadro, che ho visto con Giuliano alla mostra del Guercino a Milano. Poi, le chiamarono bagnanti, ma l'origine era lì, nel lavatoio. Il paese del Guercino era Cento, fra Bologna e Ferrara.

saludos
Solimano
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente PrimoCasalini

#10    26 Agosto 2007 - 16:51
 
Interessante. Ma non erano solo le donne brianzole a lavare curve nei lavatoi... mai provato in un ruscello delle Dolomiti bello ghiacciato...? Quella che descrivi è una realtà che è possibile estendere al di fuori della Brianza...

PS: Ho appena finito di stirare: e le macchie di pomodoro su un paio di pantaloni hanno lasciato un antipatico alone nonostante il pretrattamento con un super smacchiatore. Porca miseria. :)

Un bacio Brian
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente IrinaP

#11    27 Agosto 2007 - 14:05
 
Ciao tenor Brian!
Sono felice di poterti rileggere, ora devo recuperare per mettermi alla pari poiché vedo che hai continuato a scrivere i tuoi bellissimi post, fortunatamente.
Se il 15 settembre sei dalle parti di Villa Raverio verso le 21.00, ci sarà un concerto del coro brianzolgospel dei Diesis&Bemolli... let me know :))))
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente gospelandmore

#12    28 Agosto 2007 - 10:31
 
Post che andrebbe messo come prefazione all'Assommoir di Zola!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente MariaStrofa

#13    28 Agosto 2007 - 11:16
 
C'era un lodatore dei tempi antichi che manifestava una sorta di rimpianto per quei lavatoi, perché lì le donne, a differenza delle attuali casalinghe solitarie, si ritrovavano fra loro e alleggerivano il lavoro con canti e lazzi.
Io, invece, quando vedo nei paesini di montagna quei lavatoi, penso alle mani spaccate dal gelo. E alla schiena.

Bellissimo questo tuo post, Brian.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente arden

#14    30 Agosto 2007 - 18:17
 
La differenza tra la fatica di ieri e quella di oggi, in generale, è nella forma di controllo; diretta, parentale, sociale, ieri. Indiretta, modaiola, di tendenza, pubblicitaria, oggi. Ma sempre fatica è. Gerardo
utente anonimo

#15    12 Settembre 2007 - 23:19
 
w le lavatrici, anche se ne ho uno sotto casa anche io di vecchio lavatoio, con a reggere il tetto, da una parte, una bella colonnina di granito che chissà da dove arriva :) Quante volte mia nonna da bambina mi minacciava, stai lontana dal lavatoio, che è pericoloso, che ci si può annegar dentro! Ma quell'acqua gelida lì, che allora ancora scendeva dal tubo, allontanava di suo!
[Alliandre]
utente anonimo

#16    16 Marzo 2009 - 15:14
 
Salve,
bel post, ho appena inaugurato la mia mostra fotografica proprio sui vecchi lavatoi al Centro Civico F. Casartelli ad Albese con Cassano, se avete voglia di dare un'occhiata mi farà piacere.
Il mio blog :
http://dariotagliabue.blogspot.com/
utente anonimo

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