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Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
Brian's Grandpa Wisdom
Bàsten tri donn
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E’ coperto di macerie quel vecchio
lavatoio a Casirago, là dove
si spaccavano lavandaie a nove
alla volta, per smacchiare le prove
dei sudori contadini col secchio
della cenere sbiancante; lo specchio
d’acqua di fontana (a volte parecchio
letale, d’inverno) elargiva nuove
sensazioni a quelle mani impregnate
di mutande, canottiere e lenzuola,
maglie e camiciole, qualche pezzuola
bianca, calze e bende in quell'alta scuola,
dove tra i risciacqui intere brigate
di schiave cantavano, incatenate.
Volevo intitolare questo post Brianza Spiritual, poi però ho cambiato idea e tra poco ve ne spiegherò il motivo. Perché è innanzitutto doverosa una precisazione geografica: Casirago è località del Comune di Monticello Brianza, paese dove vivo. Non è luogo molto noto, Casirago, ancorché il dizionario Cherubini già nell’Ottocento lo citi come punto di produzione di ottimi bachi da seta.
Casirago come toponimo è certo più famoso nel mondo per aver generato il relativo cognome Casiraghi, forse uno dei cognomi brianzoli più noti (io medesimo son Casiraghi per nonna paterna e un Casiraghi brianzolo, prematuramente defunto, fu come ben ricorderete maritato con la figlia maggiore di Grace di Monaco).
Il lavatoio di Casirago stava a trecento metri da casa mia, in un campo, infossato nel terreno. Era in pietra, lungo e stretto e molto bello: esso consentiva il lavaggio a nove donne alla volta, era alimentato con acqua di sorgente e quindi fredda come il polo, soprattutto nei mesi invernali. Parlo come notate all’imperfetto, perché oggi quel lavatoio (davvero stupendo, architettonicamente) fu del tutto coperto da macerie di cantiere alcuni anni fa, credo per motivi di sicurezza (essendo infossato nel terreno, quel lavatoio era un pericolo per i bambini che si avventuravano nel campo).
Però oggi, vista la frenesia che oggi tutti pervade nella conservazione di antiche vestigia brianzole, credo che un pensierino di recupero storico per quel lavatoio l’amministrazione del mio paese lo dovrebbe fare. Quel lavatoio è tuttora là sotto le macerie, pronto da scoperchiare.
Ma parliamo adesso e finalmente dell’infame attività di lavaggio indumenti, che le donne brianzole di una volta erano costrette a svolgere, curvate come muli sopra questi lavatoi in pietra per cercare di rendere più puliti (o meglio, meno sporchi) i quattro stracci di famiglia. Gli strumenti che le aiutavano erano pochissimi: cenere per sbiancare, sapone di Marsiglia (se c‘era) e soprattutto tanto, tantissimo olio di gomito. Era una tortura settimanale, quella del lavaggio al lavatoio pubblico, che aveva come unico sollievo la compagnia di altre donne, con le quali si poteva conversare o cantare, da neo-schiave nere là non a raccogliere ma a lavare cotone.
I vestiti che avevano da smacchiare, poi, quelli ve li raccomando. A quelle povere lavandaie toccava una vera via crucis, ovvero mettere letteralmente le mani in tutto quello che la famiglia aveva lordato. L’elenco era solitamente alquanto gramo: giacche o vestiti del regior (il nonno) sporchi di vomito da sbronza, mutande mestruate delle proprie figlie, mutande di tutta la famiglia in genere belle sporche (e diciamolo pure: di merda). Tenendo conto che una volta in Brianza come altrove non c'era carta igienica e il criterio per indossare correttamente le mutande al mattino era per tutti alquanto semplice: giallo davanti, marrone dietro.
La donna brianzola si recava al lavatoio con questo continuo fardello di roba sozza e l’unico modo per eliminare la lordura era tanta acqua fredda e tante strofinate, seguite da strizzate alquanto faticose: un lavoro, questo, per certo assai poco piacevole.
Ma fortunatamente, questa brutta storia di neo-schiavitù femminile ha trovato un lieto fine. Il nome dell’Abramo Lincoln brianzolo che ha liberato le contadine-casalinghe dalla crocefissione periodica al lavatoio è uno, uno solo: si chiama Eden Fumagalli, padre fondatore della notissima azienda Candy. Il buon Fumagalli intuì (o forse, da brianzolo, contemplò effettivamente de visu i misteri dolorosi del lavaggio di panni, ai quali la donna era assoggettata allora) e nel primo dopoguerra creò dal nulla a Brugherio (estremo sud del Brianzashire) quell’impero industriale che ha proprio nella lavatrice il suo punto di forza.
Fu nel 1945, quando, nelle Officine Meccaniche Eden Fumagalli di Monza, vide la luce
E se dovessi dire quale è l’invenzione che ha più beneficato il genere femminile negli ultimi 5000 anni di storia dell’umanità, direi senza alcun dubbio appunto la lavatrice (prima ancora del fuoco, del forcipe, o del vibratore), considerando la tanta fatica e il disagio rappresentati per
Ci sarebbe un nuovo elettrodomestico ancora da inventare, che darebbe finalmente la totale liberazione alla femmina casalinga, ma lo ritengo difficilmente realizzabile: parlo della stiratrice automatica, ovvero una macchinetta che, dopo il lavaggio ed asciugatura, ci consegni tutti gli indumenti perfettamente stirati e inamidati. In alternativa, basterebbe che qualche stilista lanciasse la moda di indossare abiti non stirati, oppure che il compagno/marito della povera donna stiratrice imparasse anche lui (una buona volta) a smanettare correttamente col ferro da stiro caldo. Eventi, questi ultimi due, che ritengo peraltro si avvereranno con probabilità assai vicina allo zero.
Mullah Nasrudin ci propone in ultimo il suo punto di vista, sempre gradito anche perchè ottimamente confezionato:
Molte attività col senno di poi
sembrano umilianti, ma chi lavava
forse si riterrebbe meno schiava
di certe nostre femmine che noi
riteniamo emancipate: tu puoi
dire se una programmatrice java
a ottocento euro è felice, o stava
meglio a lavandare i panni dei suoi
come le antenate, o se quelle nonne
ambissero a un passato da cubiste
per sentirsi così davvero donne?
Non so se fosse meglio allora o adesso
né in assoluto cosa sia più triste
di fraintendere il senso del progresso.

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