
Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
Head image: Marsala Florio
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Fu un titano, Arialdo da Carimate,
colui che nel 1057
(contro un clero che pensava alle tette
e alle chiappe femminili, alle entrate
simoniache proficue, alle agiate
rendite ecclesiastiche infami e grette)
a Milano mise al muro, alle strette
il Guido Arcivescovo da Velate
creandogli contro la pataria,
movimento eretico ultracensore
moralizzatore al cubo, appoggiato
dal popolo minimo e dal papato
contro Enrico il Nero, l’imperatore
che a pezzi lo fece purtuttavia.
Poteva mai mancare un movimento eretico, fondato e capitanato da un degno Savonarola, nella sulfurea e fumigante Brianza del Basso Medioevo? No di certo. In quel secolo buio appena a valle dell’anno 1000, giusto giusto un millennio fa, con le prime istanze di indipendenza comunali dal giogo imperiale che avrebbero portato più tardi alla battaglia di Legnano (del di cui protagonista leghista, il brianzolo Alberto da Giussano, dovremo pur parlare prima o poi), rifulge luminosissima la figura di Araldo da Carimate (nato proprio lì o, si dice, nella vicina Cucciago).
La storia di Sant'Arialdo e del suo movimento ereticale è lunghetta, inizia come si è detto a Carimate dove egli nacque nel 1009 e finisce (assai male, come vedremo) a Carugo. Alfa e omega di una santità e di un’eresia entrambe di marca brianzola. Prendetevi un po’ di tempo, eventualmente stampatevi questa pagina e leggetevela mettetendovi comodi in poltrona, perché i nomi e i luoghi che dirò saranno tanti, ma garantisco ne varrà la pena ascoltare, perché la storia e il carattere di noi brianzoli (di quello che siamo oggi noi paolotti, in buona sostanza) hanno radici proprio in ciò che accadde mille anni fa e che vado or ora a raccontarvi.
Arialdo da Carimate (fu canonizzato Santo nel 1904, la sua festa cade il 27 giugno, giorno del suo martirio: per inciso unico Santo nel calendario di chiara origine brianzola) fu appunto il diacono brianzolo che nel 1057 fece sorgere da nulla il movimento dei Patari (da non confondersi coi Catari): una istanza pauperistica sviluppatasi in Brianza e nella diocesi di Milano nell XI secolo, per l'esigenza di una spinta moralizzatrice all’interno del clero.
Il nome Pàtari viene dall’insubre patèe, ovvero straccivendoli, e ciò ben rende l'origine di quel desiderio popolare dal basso di moralizzazione nel clero ufficiale milanese, che a quei tempi era orientato (a cominciare dal Vescovo Guido da Velate, come tra poco vedremo) alla simonia, al nicolaismo e al concubinaggio più sfrenato.
In sostanza Arialdo con la sua predicazione sosteneva che i preti non dovessero avere né concubine né mogli, mentre era prassi comune a quei tempi sostenere che sant’Ambrogio in persona avesse concesso al clero ambrosiano il diritto di matrimonio.
I contrasti fra basso clero, popolo e alto clero a Milano iniziarono nel 1045, quando fu appunto eletto arcivescovo Guido da Velate (1045–1071), che succedette a Ariberto da Intimiano, personaggio discusso, signore assoluto della città e dei territori che gli erano soggetti. La successione di Ariberto fu contrastata perché il nascente ceto medio cittadino iniziava a prendere coscienza di sé e la nobiltà minore cominciava a crescere d'importanza. Si sentiva l'esigenza di una spinta moralizzatrice all'interno del clero e di una maggiore uguaglianza tra i ceti sociali.
Il clero milanese aveva chiesto all'imperatore Enrico il Nero, che controllava le elezioni dei vescovi in tutto l'impero, di scegliere tra quattro candidati retti e onesti: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Attone e Arialdo da Carimate. Tuttavia, l'imperatore decise per Guido da Velate, noto per essere dedito al nicolaismo (Il termine nicolaismo, coniato da San Giovanni evangelista, tornò in auge nel Medioevo per indicare i religiosi che vivevano in concubinato, poiché sembra che gli appartenenti alla setta dei nicolaiti prendessero parte a numerosi riti sessuali di carattere orgiastico. Contro questa pratica, diffusa all'epoca, si scagliò appunto il movimento dei patarini).
Il movimento patarino, animato dalla predicazione di Arialdo, si sviluppò proprio per contrastare questo malcostume. Arialdo in particolare incitò con successo la popolazione a rifiutare i sacramenti dai sacerdoti corrotti e nicolaiti. Alcuni arrivarono a profanare i sacramenti, in ribellione ai preti simoniaci, i cui atti di consacrazione eucaristica non erano da essi considerati validi.
Per contrastare il movimento, l'imperatore nominò Anselmo da Baggio, già vescovo di Lucca, che scomunicò sia Arialdo da Carimate che Landolfo Cotta. Intanto, dopo la morte di papa Benedetto IX, anche il papato al suo interno sentiva il bisogno di riforme, e già con Leone IX furono condannati il concubinato e la simonia dei preti.
Forte di questi presupposti, Landolfo Cotta cercò di andare a Roma per esporre i problemi milanesi a papa Stefano X, ma i sicari dell'arcivescovo lo intercettarono nei pressi di Piacenza e quasi lo uccisero. Si salvò, ma morì nel 1061 per le conseguenze di un altro attentato. Anche Arialdo tentò la stessa strada, ma solo nel 1060 il pontefice successivo, Niccolò II, mandò a Milano una delegazione che, sotto il controllo di Pier Damiani e di Anselmo da Baggio, riportò la calma in città.
Dopo la morte di Landolfo Cotta nel 1061, Arialdo nominò capo militare dei patarini Erlembaldo Cotta, fratello di Landolfo. Nel 1066, quando il papa consegnò ad Erlembaldo il Gonfalone della Chiesa e due bolle di richiamo al clero milanese e di scomunica per Guido da Velate, questi si ribellò e nei durissimi scontri del 4 giugno furono feriti Erlembaldo, Arialdo e il Vescovo Guido medesimo, che a questo punto lanciò l’interdetto su Milano finché Arialdo da Carimate non ne fosse uscito.
Arialdo lasciò la città, ma fu catturato dagli uomini di Guido a Legnano e portato nel castello di Angera, sul Lago Maggiore (feudo della bella e crudele Olivia da Velate, nipote del Vescovo Guido) per essere qui torturato. Olivia lo fece consegnare a due sadici boia, due preti concubini crudelissimi, che lo sottoposero a un lento e orrendo martirio: gli mozzarono le orecchie, il naso, le labbra, gli tagliarono le mani (come si vede su quella immagine a fianco) e gli cavarono gli occhi.
Prima di essere ucciso, quei due torturatori in ultimo lo castrarono, così dileggiandolo: Ora sì che diventerai casto!. Arialdo morì dunque il 27 giugno 1066 tra atroci sofferenze, guadagnandosi con pieno merito la palma del martirio, come lo si può vedere raffigurato nel quadro iniziale (che si trova nella chiesa di San Calimero, a Milano).
Il corpo così orrendamente trucidato fu seppellito su un’isola del lago Maggiore; tuttavia qualche mese più tardi Erlembardo (ricordate? Il fratello di Landolfo Cotta) convinse i milanesi ad andare a recuperare la salma del martire, che già la fama nel milanese e nella Brianza venerava come santo ed eroe popolare.
Il culto di Arialdo divenne fortissimo per tutto l’XI e XII secolo, in Brianza e nel milanese. La pataria stessa, nei due secoli successivi alla morte del fondatore, sopravvisse nel territorio ma – come tutti i movimenti estremi – assunse caratteri così duri ed extraparlamentari, da diventare a poco a poco una vera eresia; così almeno fu vista dalle gerarchie ecclesiastiche ufficiali.
E cominciarono così le persecuzioni ai patarini: nel 1233 il frate inquisitore Leone da Perego scatenò una terribile fatwa, una vera e propria caccia al pataro; i patarini sopravvissuti dovettero fuggire da Milano e rifugiarsi là dove erano nati: in Brianza, a Carugo nel castello di Gattedo. Oggi Gattedo è una piccola cascina a nord del paese di Carugo, ma là allora si trovava un castello munitissimo, nel quale i patarini resistenti si asserragliarono. Leone fece mettere quella rocca sotto assedio e alla fine riuscì a conquistarla, passando a fil di spada tutti i patarini, compresi i due pàtari Vescovi che stavano con loro.
Tutti i loro corpi furono sepolti inizialmente proprio a Gattedo, ma dato che iniziò una ulteriore venerazione in situ di quelle vittime da parte dei brianzoli di Carugo, le autorità milanesi decisero di disseppellire i cadaveri degli eretici e disperderli. La stessa rocca di Gattedo fu rasa al suolo, per non lasciare alcuna traccia dell’eccidio. Finì dunque dopo due secoli, in quell’anno 1258, il movimento ereticale dei patarini.
Ma non è ancora finita. Vi chiederete ora: dove mai sono custodite le reliquie di Sant’Arialdo martire? Ebbene: il corpo di Arialdo, recuperato dai milanesi, fu inizialmente seppellito e venerato nella chiesa di San Celso e successivamente, nel 1099, fu trasferito nella chiesa di San Dionigi a Milano. Ma lì oggi non c’è più perché, quattro secoli dopo re Luigi XII di Francia, una volta conquistato il Granducato milanese, nel 1508 ridiscese appositamente a Milano.
Egli pretese da questa città la restituzione di tutte le reliquie di San Dionigi patrono di Francia, per portarle a Parigi nella Basilica di Saint Denis (la cosiddetta necropoli dei re di Francia, Basilica dove furono incoronati e sono sepolti i maggiori re delle dinastie francesi, a cominciare da Pipino il Breve, passando per Francesco I e poi tutti i Borboni, con buoni ultimi Maria Antonietta e Luigi XVI).
I Milanesi, indispettiti da questa pretesa dei vincitori che avevano posto fine alla Signoria del Ducato e che ora pretendevano le spoglie di un Santo veneratissimo (Dionigi per l'appunto), gli diedero in iscambio le reliquie del corpo di Arialdo, che riposava il sonno dei giusti proprio nella chiesa milanese di San Dionigi. Pertanto tutte (o almeno gran parte) le reliquie del corpo di Sant’Arialdo non sono più a Milano ma in Francia, nella chiesa dei re, e là venerate come quelle di San Dionigi primo vescovo di
Parigi e patrono di Francia.
Ecco qui a fianco la foto della teca con le sue reliquie, nel centro di quella basilica parigina, in quella basilica-necropoli regale francese (se ne potrebbe da brianzoli chiedere la restituzione delle spoglie, nevvero cari amici carimatesi e cucciaghesi?).
L’ho fatta davvero lunga, ma la storia meritava e conveniva esplicitarla per intero. Perché? Perchè ora vi tocca un’ultima mia riflessione e proposta che riguarda
Detto questo, perché non ci diamo da fare presso le autorità ecclesiastiche e civili affinché ciò avvenga? Tra l’altro, proprio nel 2009 si celebrerà il millennio della nascita di Sant'Arialdo, e guarda caso contestualmente alla nascita della Provincia di Monza e della Brianza. Varrebbe la pena fare di tutto affinché per quell'anno Sant’Arialdo diventi il Santo Patrono della nostra terra, magari con celebrazione ufficiale da parte di tre Vescovi delle tre Provincie di Monza, Lecco e Como (nel Comune di Carimate o di Cucciago, o a Monza, poco importa dove), sulle quali la Brianza insiste geograficamente.
Che ne pensate cari amici dell’Associazione Culturale Brianze, non sarebbe una splendida idea, quella di celebrare così il millennio dalla nascita di questo tostissimo Santo, diacono e martire brianzolo? Possiamo dirla con Obama:Yes, we can?
November (a Cambiagh)
De gèmm par l’aria, e splend el sô inscì ciàr
che te recèrchet l'arbicocch in fior
e dej spinbianch quell'odorin amar
sentet in coeur...
Ma secch l'è el brugn, e i piant ormai stecchìi
cont negher tramm disegnen el seren
e voeuj l'è el ciel, e cav al pè sonant
pàr el terren.
Silenzi, intorna: domà a on boff de vent
lontan el rìva, da giardinn e ort
de frasch on crodà fragil, ne l'estaa
freggia, dej mort.
Il 1° maggio mastro Marsala Florio ha lavorato anziché riposare, e i risultati si vedono, in quella foto de soravia. Tanti miei post hanno un credito di ispirazione verso quei suoi scatti d’autore, e credo che anche questo non sarà da meno.
Era da tanto che volevo cimentarmi in una traduzione di Pascoli in lengua, ma mi mancava sempre la contestualizzazione brianzola. Oggi grazie alle foto di Marsala ho capito che – mentre Leopardi aveva necessariamente bisogno di una collocazione collinare – Giovanni Pascoli sia da noi collocabile nella cosiddetta Brianza bassa, pianeggiante, in quell’area ex-rurale che gravita intorno al canale Villoresi.
Per ragioni familiari frequento spesso la Romagna nella zona di San Mauro Pascoli, appena oltre Cesena e sotto Savignano al Rubicone: è un paesino a
E’ giusto allora immaginare Giovanni Pascoli proprio da quelle parti insubre, in quella casella di Brianza posizionata in basso a sinistra: a Cambiago. Un paese a un tiro di schioppo dall’autostrada A4, quasi più milanese che monzese, eppure (chissà perché), anche là a Cambiago la brianzolitudine si sente tutta. Sarà l’orgoglio patriottico tipico delle terre di confine.
I cambiaghesi vivono in una realtà rurale a un attimo dalla tentacolare Milano, circondati da una campagna fertile e con quel parco del Rio Vallone che sa ancora dare emozioni di cascina, di Brianza che c’era una volta. E nella fioritura di biancospini che si vede tutt'intorno in queste prime ore di maggio, appunto nella Brianza bassa, il profumo dolceamaro di quella pianta deliziosa mi ha portato come una madeline a ricordare i versi del Novembre scritto più genuino Pascoli romagnolo.
Giudicate voi, se la traduzione abbia mantenuto almeno un poco di quella atmosfera magica e surreale dei versi originali. E se l’esercizio vi garba, posso andare avanti con altre cose pascoliane (non ce ne sono invero tantissime, sue di rimarchevoli, ma quelle che lo sono meritano la medaglia d’oro). Allora, vado?
Brianza Sugar
Papaveri bianchi per medicina
oppure papaveri afgani d’oppio
dal succo potente, che vale doppio,
su quelle colture d’alta collina
a Magreglio? In quella nostrana Cina
prima che nascesse il motore a scoppio
li si coltivò per crisi d’accoppio
di masculi, estraendo papaverina
ed oli essenziali: un Viagra d’antan
da spalmare sulla verga ammainata,
massaggiandola con cura pian
piano appena prima del caldi amplessi,
in quel Secolo dei Lumi pomata
efficace contro i mosci insuccessi.
Brown Sugar, how comes you taste so good? Così cantava e canta tuttora il grande vecchio Mick Jagger front-man leader de I Sàss Borlànt (The Rolling Stones), magnificando metaforicamente una nota sostanza iniettabile, ottenuta dal fiore di papavero.
E immaginate la mia sorpresa nello scoprire che lassù nell’Afghanistan de noantri, ovvero sulle colture quasi Brianzole d’alta collina, appena sopra Canzo e Asso e precisamente nel Comune di Magreglio, nel settecentesco Secolo dei Lumi era diffusa la coltivazione del papavero bianco, fiore dal quale si ricavava un olio essenziale ricco di alcaloidi e papaverina, utile per quella guarigione, quel viril risanamento che i libertini pariniani giovin signori del tempo (alacri e assai attivi in liasons dangereux con le più disinibite contessine) potevano necessitare in quel luminoso, smutandato e libero secolo diciottesimo.
La notizia di tale coltura (poi azzerata nel più morigerato secolo successivo) è riportata nel “Saggio di storia naturale del lago di Como” del naturalista Domenico Mandelli (o Vandelli) della corte del duca di Modena, un Saggio pubblicato nel 1763. La buonanima del Mandelli su quelle immortali pagine ci ricorda come appena oltre
Non solo. L'afgano-modenese Mandelli si prese anche la briga di suggerire ai più sempliciotti brianzoli l’affiancamento o la sostituzione del cultivar papavero bianco con il più potente e redditizio papavero da oppio (sic!). Che dire? Incredibile questo Mandelli, altro che gli odierni pusher. Davvero bei tempi di spaccio il Secolo dei Lumi, mica come i tempi odierni, dove se appena tieni una innocente pianta di canapa sul balcone di casa rischi la denuncia.
Purtroppo non so dirvi se qualche paisan del luogo abbia poi aderito all'opportunità di trasformare la Valassina in una raffineria d'oppio. Ma visto che ormai vi ho portato su a Magreglio, in questa gita tra quei paradisi naturali e artificiali appena extra moenia brianzole (Magreglio non è Brianza, a stretto rigore), come non ricordarvi di visitare il notissimo Santuario della Madonna del Ghisallo? E’ una simpatica chiesetta del 1623, dove è venerata una effige della Madonna del Latte (protettrice delle lattanti), datata XVI secolo.
Dal 1949
Sempre a Magreglio, vi segnalo poi che dal belvedere Romeo (dal nome del Senatore del Regno On. Romeo, quello che rilevò negli anni ’20 l’azienda automobilistica Alfa di Arese e la fece diventare la mitica Alfa Romeo che conosciamo) si può ammirare un panorama mozzafiato che comprende le Grigne, le montagne che le fanno corona, il ramo del lago di Lecco, il centro e l'alto lago su quasi fino a Colico.
Inoltre non dimenticate che a Magreglio nasce il Lambro, il fiume brianzolo per antonomasia: passando per i Castagneti e risalendo il torrente Lambro si arriva alla Menaresta, fonte del fiume stesso, un sifone naturale dal quale periodicamente sgorga acqua.
Salendo l'erta di fronte alla Menaresta si entra nel Boeucc di Pegor, una serie di grotte comunicanti con stalagmiti (esattamente come in Afghanistan, che vi dicevo?). Risalendo verso i Castagneti è possibile osservare al confine del giardino di una villa il Masso Avello rimasto a Magreglio, utilizzato come vasca; poi più avanti, seguendo l'antica strada dei Vitt, si transita presso il Bus de
Infine, dal passo del Ghisallo si sale ancora più su verso Piano Rancio e la pista di sci di Pian Lavena, proseguendo ancora oltre si risale fino alle piste da sci del monte San Primo. Per chi volesse satollarsi, segnalo il mitico ristorante Chalet Gabriele, dove si mangia che è un piacere; in particolare la polenta taragna e il Tocc, una polenta locale con stratosferiche dosi di burro e formaggio, che si mangia fumante attingendola da una pentolona comune.
Dalla sala ristorante di quello Chalet, la vista sui due rami del Lago di Como che si riuniscono in punta a Bellagio è semplicemente da urlo.
Brianza Achtung Banditen!
Questa piazza Arturo De-Capitani,
luogo più centrale del mio paese
natio, è dedicata a un uomo che prese
parte (pur minore) coi partigiani
locali alla guerra contro gli ariani
nazisti, alla Liberazione: arnese
ignoto ormai oggi, quasi un cinese
episodio d’altri tempi lontani,
non più nostra devastata memoria;
morì il ventisei aprile dell’anno
millenovecentoquarantacinque,
cadde equiparato con chi delinque
dai fascisti e invece (adesso lo sanno
in pochi) era complice della Storia.
Andiamo ormai verso i settant’anni dall’insurrezione che ha messo fine alla dittatura fascista, ma la memoria sempre più labile non aiuta a dare senso a quel momento fondante della nostra Repubblica.
E ogni giorno che passa i partigiani sempre più rischiano di essere ricordati come lo erano all’inizio, sui cartelli nazisti messi agli angoli delle strade dei territori del nord Italia occupato: achtung banditen!
Per questo la memoria è essenziale. Perchè la mancanza di memoria storica rischia di equiparare il giusto e l’ingiusto, il buono ed il malvagio, il relativismo e l'ansia di giustificazionismo (per non dire di peggio) rischiano di avvilire chi ha dato la vita per la libertà che oggi godiamo (e che forse non ci meritiamo, quando dimentichiamo le lotte di chi ha resistito).
Questo senza togliere il rispetto a chi – in buona fede e per malinteso senso dell’onore – decise dopo l’8 settembre 1943 di schierarsi dalla parte della Repubblica di Salò, ma occorre ricordare meritatamente chi col proprio sacrificio ha fatto in modo che di queste cose, oggi, si possa liberamente discutere, magari anche con opinioni diverse.
Il territorio della Brianza, proprio nei giorni decisivi di fine aprile 1945, fu insanguinato dalla morte di decine di partigiani insorti, molti dei quali sulla strada statale da Bergamo a Como, ove furono ammazzati da una brigata di fascisti in fuga verso il confine svizzero.
La piazza del mio paese - già nel primissimo dopoguerra - fu intitolata a un partigiano tra questi caduti: Arturo De Capitani di Olgiate Molgora, che morì appunto ucciso da una brigata di repubblichini che fuggiva verso Como, nel tratto di strada tra Rovagnate e Lambrugo, sul viale alberato della statale Como-Bergamo la notte del 26 aprile 1945.
Molti ancora pensano che la liberazione del Nord Italia si sia conclusa il 25 aprile
Oggi in auto si va di fretta e distratti, in quel punto esatto dove De Capitani e altri partigiani furono uccisi nell'agguato, e si cammina sulla piazza del mio paese senza nemmeno alzare gli occhi a quella lapide annerita, quasi illeggibile: ben pochi sanno, ricordano chi sia quell'Arturo De Capitani cui la piazza è dedicata. Trentacinque in tutto furono i morti - combattenti nella Brigata Puecher, più sotto i loro nomi e le foto - che la Brianza ebbe a contare al termine dell’insurrezione, soprattutto in quell'attentato nella notte del 26 aprile. Molti di questi caduti riposano nel cimitero di Cremella.
Le parole servono poco dopo così tanti anni, ma almeno il ricordo dei loro nomi e dei loro volti credo sia giusto lasciarlo, su queste pagine dedicate alla brianzolitudine.
Tutti nomi importanti a modo loro, quelli di quei trentacinque brianzoli partigiani morti che hanno contribuito a fare la Storia del nostro Paese; credo meritino di essere segnalati i nomi dei tre più giovani, di soli 18 anni (una età nella quale oggi si passa quasi più tempo a cazzeggiare col cellulare che a pensare): Enrico Stellari di Erba, Ugo Fumagalli e Alessandro Sironi, questi due ultimi di Cremella.
L’immagine di Alessandro Sironi, in particolare, mi ha molto colpito. Guardatelo più sotto, in quella fotografia sbiadita: pare il viso di un bambino ed era in effetti appena più di un ragazzo, anche lui morto per la libertà dell'Italia.
L’Infinii a Montòrfen
Semper cara g'hoo avùu questa collìna
E questa scès, che da inscì tanta part
De l'ultim orizzont el vardà esclud.
Ma sedend e mirand, interminàa
Spazzj de là da quella, e sovrumàn
Silenzj e profondissima quiett
Mì nel pensèr me fingi, doè per pocch
El coeur me se spagura. E comè el vènt
Senti passà per questi ramm, mì quest
Infinii silenzios a quella vós
Vò a confrontà e me regordi l'eterno,
E i stagionn trapassàa e la present
E viva, e il sòn de lè. Inscì tra quella
Immensità se nèga el mè pensér
E el naufragà l’è dolz, dent in quel mar.
Da brianzolo DOC qual sono, da tempo vado affermando che i luoghi più ameni e tipici della Brianza possono essere ricondotti, per vari e molteplici aspetti, alla realtà e al mondo della Recanati ottocentesca di leopardiana memoria.
Gli elementi e gli indizi per confermare tale suggestiva similitudine sono davvero tanti: nei paesi della Brianza così come nelle Marche (terre fondamentalmente di matrice contadina) permaneva e permane tuttora - nonostante tutto - la cultura e il valore della terra coltivata; anche qui in Brianza si possono ammirare vaghissimi panorami, landscapes collinari coi quali Leopardi avrebbe potuto senza alcuna minima difficoltà o imbarazzo comporre il suo Infinito.
E ancora, sia qua