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Nome: Brian.
Sono uno, nessuno e centomila brianzoli, l'umana quintessenza della brianzolitudine.
Brian's Grandpa Wisdom
BĂ sten tri donn
per fĂ el mercaa d'Ogionn
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Resegone, domestica montagna
priva di slancio, alta per le colline
minime brianzole, Alpi vicine
rozza invece ti stimano compagna.
Mediocre sei, comunque ci guadagna
chi è a te commisurato, anche le urine
vincono le tue guglie ottuse, ovine
e la pioggia melmosa che ti bagna.
Basta, guardarti! Sasso regredito
che sbricioli in ghiaioni e ci diffondi
metastasi calcaree, mai granito.
Sei solo specchio ai nostri alibi immondi,
per non guardarci il cuore incancrenito
serriamo gli occhi al marcio di cui grondi.
Il Resegone, icona manzoniana, montagna mediocre del tiepido brianzolo. Per la verità il Resegone non è affatto brianzolo, in quanto si trova immediatamente alla spalle di Lecco. Quindi non ci appartiene, non è cosa nostra. Ma tosto mi viene in soccorso una bellissima nota dello scrittore Luigi Santucci (su un ormai introvabile libro della mia leva, 1961: Brianza e altri amori), riportatami mesi fa dal dotto amico Paolo Pirola di Briosco: questi mi disse che Santucci definì il Resegone montagna totalmente brianzola, quanto meno per diritto di sguardo. Accontentiamoci così.
Diversi sono i punti di vista e le opinioni che riguardano quella cima, multipla giogaia dal profilo indubitabilmente seghettato (da cui il nomen omen), la cui altezza supera a malapena i 1800 metri e che deve la sua fortuna (letteraria e non) al primo capitolo de I Promessi Sposi del don Lisander. Questi il Resegone lo menziona in più punti del romanzo, ma in particolare e soprattutto nella pagina descrittiva che apre la narrazione con il celeberrimo brano "Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti..." e che così prosegue:
«La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. »
Il Resegone - detto anche monte Serrada - si trova sul confine tra le province di Bergamo e Lecco (Brianza quindi, a rigore, nisba). La sua cima più alta è chiamata Punta Cermenati (una volta detta Punta della Croce). Il nome, come è stato detto e ridetto dal don Lisander e dal sorttoscritto, prende origine dal suo celebre profilo e dall'italianizzazione del termine lombardo resega (sega). Dato che, soprattutto se osservate dalla città di Lecco, da Milano e dalla Brianza, le sue nove punte ricordano proprio la lama di una sega.
Nella nostra letteratura, peraltro, le dotte citazioni non si fermano al Manzoni: il Resegone è più volte menzionato e non sempre adeguatamente. Celeberrima è ad esempio la micidiale topica del Carducci Giosuè che, da maremmano totalmente ignaro della geografia del luogo, fece letteralmente tramontare il sole dietro la sega del Resegone, nella sua Canzone di Legnano - Il Parlamento all'ultimissima ottava (la tredicesima). Finire peggio di così la celebre tirata dell'Alberto da Giussano contro il Barbarossa, credetemi, è davvero impossibile. Ecco i versi incriminati:
«Or ecco,» dice Alberto di Giussano,
«Ecco, io non piango piú. Venne il dí nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m'asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman la sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io!» Ma il popol dice:
«Fia meglio i messi imperïali.» Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.
Premesso che per capire cosa dice l'Alberto nel suo vaneggiamento finale si deve rileggere l'ottava almeno tre volte, l’ultimo verso fa inorridire da ormai cinque generazioni qualsiasi abitante del Brianzashire che si vede a ogni giorno di sereno il Resegone là bello fermo sullo sfondo, in direzione nord.
La cosa però non scompose più di tanto il buon Giosuè che, da toscanaccio, non era tenuto a conoscere nei dettagli l’orografia della Lombardia e che, anche quando fu tirato per le orecchie per la sublime cazzata geografica in versi, non ci pensò minimamente a correggere il verso incriminato (poteva semplicemente mettere Monte Rosa al posto di Resegone, nella chiosa finale, ma sarebbe stato banale, e soprattutto ammissione di colpa).
A mio avviso inoltre al Carducci premeva moltissimo far entrare il Resegone in qualche modo tra i suoi versi, memore del già immortale encomio manzoniano a tale montagna di qualche decennio prima. Egli da buon markettaro di se stesso intuiva che la Canzone di Legnano sarebbe stata in quel modo ben più apprezzata dalle decine di migliaia di maestri e maestre delle elementari del Regno, dell'Impero e della Repubblica, che per un secolo avrebbero costretto milioni di incolpevoli studenti a mandarsi a memoria quei martellanti versi. Alzi il dito chi di voi lettori sopra i trent'anni non sa a memoria almeno l'incipit, di quella roboante broda. Sta Federico...
Ma per chi non è lombardo, una spiegazione geografica più chiara dell'errore di Giosuè è d'obbligo: dato che Il Parlamento carducciano è ambientato a Milano, il tramonto del sole dietro il Resegone è in effetti cosa impossibile, dato che il monte è sito a nordest del capoluogo lombardo. Per la cronaca il tramonto del sole dietro il Resegone può avvenire nella Valle Imagna, in bergamasca. O pota!
Un’altra citazione del Resegone, grazie al cielo di maggior caratura, è quella del magno Ing. Carlo Emilio Gadda. Che di quella montagnetta seghettata parla nella Cognizione del Dolore, utilizzando il nome sferragliante tutto sudamericano di Serruchon. Ecco come tratta-maltratta la Brianza resegoniana il nostro divo Ing. Gaddus:
«nell'arrondimento del Serruchón, questo in provincia di Novokomi (...) un villaggio con officina de correos (ufficio postale), telefono, lavatrice, tabacchi, medico condotto, ecc.»
Serruchón sta per Resegone, totem-orografico delle genti del luogo, dallo spagnolo serrucho, sega. Ecco ancora un altro sublime passaggio gaddiano che menziona la nostra pre-apestre cima:
Di ville, di ville!; di villette otto locali doppi servissi, di principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchon ...
La similitudine più bella per il Resegone è comunque sempre sua, del Carlo Emilio, che in altro loco del romanzo così ne parla:
"Il Serruchón, da cui prende nome l'arrondimiento come dal più cospicuo de' suoi rilievi, è una lunga erta montana tutta triangoli e punte, quasi la groppa-minaccia del dinosauro: di levatura pressoché orizzontale salvo il giù e su feroce di quelle cuspidi e relative bocchette, portelli del vento. Parete altissima e grigia incombe improvvisa sull'idillio, con cupi strapiombi: e canaloni, fra le torri, dove si rintanano fredde ombre nell'alba, e vi persistono, coi loro geli, per tutto il primo giro del mattino. Dietro nere cime il sole improvvisamente risfolgora: i suoi raggi si frangono sulla scheggiatura del crinale e se ne diffondono al di qua verso il Prado, scesi a dorare le brume della terra, di cui emergono colline, tra i velati laghi. Qualcosa di simile, per il nome e più per l'aspetto, al manzoniano Resegone. "
Resegone come groppa di un dinosauro, dunque. Bello. E' forse la definizione più originale e sincera questa del Gadda per il suo e nostro amatissimo-odiatissimo monte. Anche perché diversamente, definire quella montagna una “sega” (o peggio ancora una “mezza sega”, visto che ha solo nove denti) non sarebbe nello slang odierno propriamente uno dei migliori complimenti che si possano fare, a una tutto sommato nobile cima delle prealpi orobiche.
Brianza Paal Avenue
Noi non vestivamo alla marinara,
ma alla canottiera bianca dai toni
molto prematuramente marroni
di fango o verdastri d’erba: una chiara
semplice uniforme per la cagnara
di noi ragazzini dai pantaloni
corti con l’elastico su bastioni
vegetali, impavidi in ogni gara
senza rete a chi saliva più in alto,
o in apnea nel lavatoio di corte
con testa gelata, oppure all’assalto
di fortini a frantumarci lo smalto
a sassate dentro assalti alla morte,
rosse le ginocchia e le gambe storte.
Sto invecchiando mica male, se ad ogni giorno che passa diventa sempre più intenso il ricordo dei giochi d’infanzia, che quasi sempre avevano al centro (per noi maschietti, ma anche per tante femminucce) la cosiddetta banda. Banda che indefessa costruiva e ricostruiva fortini nei boschi e si scontrava belluinamente con altre congreghe di ragazzini nei lunghi pomeriggi d’autunno, inverno, primavera o estate (bastava non piovesse troppo e il rendez-vous guerresco nel cortile di una cascina o in un campo o in un bosco del mio paese era assicurato).
Era dunque una piccola Via Paal fatta di tanti piccoli Nemecsek, Boka e altri amici della Società dello Stucco, contro le temutissime Camicie Rosse. E grazie al cielo non so come, per quanto io mi ricordi, senza alcun caso di morte per polmonite o per altri nefasti incidenti, nonostante i sassi in quei pomeriggi volassero numerosi e le frecce e i bastoni appuntiti si librassero rapidi come lippe nell’aria, gli uni contro gli altri.
I miei tre figli queste ludiche occupazioni giovanili - da me a suo tempo assiduamente praticate - non le hanno conosciute affatto. E che ciò sia stato un bene o sia un male, se devo essere sincero, non l’ho ancora deciso.
Brianza Mayflower

Saluto gli amici di Jersey City,
di Plano e di Oakland: tre brianzoli
trapiantati dentro gli Stati Uniti
per amore o per lavoro, figlioli
del Brianzashire chissà come usciti
di cascina per andare là, soli
a scoprire la frontiera dei miti
Yankee americani, cambiando ruoli
e vita - presumo - eppure attaccati
alla patria piccola, al campanile,
agli odori dell'antico fienile
con la vacca, a quell’immenso cortile
da cui si partiva urlanti e sudati
per andare nei verdissimi prati.
E’ da qualche mese che tengo d’occhio gli accessi statunitensi a questo blog e mi ha fatto molto piacere constatare l’affezionata presenza di accessi (oltre che da più grandi megalopoli) da tre piccole città, simbolicamente collocate in ambiti geografici alquanto diversificati: Jersey City sulla costa orientale, Plano nel nord del Texas e Oakland, sulla West Coast, dalle parti di San Francisco. Merita davvero una piccola descrizione, ognuna di queste tre città statunitensi.
Jersey City è capoluogo della Contea di Hudson, nello stato
Oakland, fondata nel 1852, è capoluogo amministrativo della Contea californiana di Alameda. Si trova sulla costa est della baia di San Francisco, annidata contro le colline di Berkeley e toccando cinque dei parchi regionali di East Bay. Coi suoi 411.755 abitanti è la terza città dell'area, dopo San José e Frisco.
E infine
Orbene, da queste tre medio-piccole città americane si registra ogni mese una costante frequentazione verso i lidi della brianzolitudine. Cosa ci sia dietro questa “vicinanza” e frequentazione dagli USA in realtà io lo ignoro completamente. Mi cullo dolcemente nell’idea che tali accessi siano figli di tre brianzoli (o brianzole, ovviamente), dipartiti no si sa come e non si sa quando dalla loro “Piccola Patria” brianzola per cambiar vita, far famiglia e (auguro loro) fortuna negli States. E che vengano qui da me per respirare ancora un po' dell'atmosfera di casa.
Sarebbe davvero bello che questi tre ignoti visitors si rivelassero e ci mandassero un piccolo saluto, raccontando le loro piccole-grandi storie di vita vissuta, dalla Brianza agli USA. E’ un invito che peraltro estendo a tutti gli emigrati brianzoli che stanno fuori d’Italia e che hanno la ventura di finire a curiosare su questo blog. Raccontateci la vostra storia, amici e amiche brianzoli, o mandateci anche solo un piccolo saluto. Sarà davvero graditissimo.
Brianza Thomas Dylan
Nebbie d’ottobre nella cattedrale
del parco: un sole fradicio al mattino
s’ingegna a riscaldarmi, come vino
del Curone, impalpabile o tal quale
la minima polenta senza sale
che ci portava con latte vaccino
in tavola mia madre da bambino,
festeggiando la morte del maiale.
E’ il ventisette, San Frumenzio, il giorno
trecentesimo al nostro calendario,
auguri a Dylan Thomas e buon soggiorno
lassù in cima; qua sotto è autunno incerto,
gonfio di attesa e stipendio precario
mentre novembre s'apre al suo deserto.
La cosa tragica e terribile dello scrivere legandosi al calendario è che ogni scritto invecchia
maledettamente in fretta. Mi ero ispirato a Dylan Thomas, perché - non so come - avevo il 27 ottobre scoperto che era il giorno del suo compleanno. Da qui le quattoridici righe di cui sopra, ispiratemi da illo poeta magno e dalla solita immensa e mistica Cattedrale naturale nel Parco di Monza.
Ma intanto oggi è già novembre, quindi o il sonetto lo tengo a disposizione per il 27 ottobre 2010, o lo spendo ora. A supportarlo, almeno, quella splendida foto di Marsala Florio in esergo, che infiammerebbe anche l’animo di una medusa immersa nelle gelide acque del Segrino.
Che alter dì, se non che l’è la festa de tutt i Sant, e doman l’è la festa dej Mort. Alegher!
Brianza-Giza (where the Aliens came)
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Ancora tra i carpini in val Curone,
tra i boschi di querce e là sopra quelle
colline coi prati magri, sorelle
di pietra piramidi in erosione,
si distingue la cintura di Orione
chiara sui tre colmi, quasi tre stelle
a condurre come neo-caravelle
emule di quella costellazione
alla piana dei cipressi, ai presunti
luoghi di raduno per riti celti
celebrati a tarda sera nei punti
destinati a sacrifici e prescelti
nella notte, i plenilunii sereni,
per quei rendez-vous tra uomini e alieni.
Quando nel 2001 il professor Vincenzo Di Gregorio di Montevecchia scrisse sul proprio sito web che nel parco del Curone, a Montevecchia, era stata riportata su tre colline l’esatta copia delle piramidi di Giza (con medesima forma geometrica, angolazione e reciproco orientamento) scoppiò subito il finimondo: il server che ospitava il sito andò immediatamente in tilt, preso d’assalto da visitatori di tutto il mondo, con più di 20.000 accessi l’ora.
Questo scoop sulle piramidi di Giza in Brianza replicate non si sa come dall’originale in epoche remote, necessariamente con supporto visivo-progettuale dall’alto del cielo e quindi alieno, catapultò l’interesse di ufologi, amanti del mistero e compagnia cantante dalla piana dei faraoni al luogo più suggestivo ed antropicamente antico del Brianzashire: la valle del Curone giustappunto.
In questa zona di Brianza che conta i più antichi insediamenti umani della Lombardia (alla cascina Bagaggera sono stati ritrovati resti dell’uomo di Nehandertal, risalenti a 60.000 ani fa) è quasi certo che 5.000 anni fa si celebrassero riti collegati al ciclo delle costellazioni, simili a quelli celebrati dagli antichi Egizi. E da ciò supporre che qualche astronave, in quell’epoca primordiale della storia umana, sia atterrata per uno o più incontri ravvicinati del terzo tipo, il passo è davvero breve.
La somiglianza indubbiamente colpisce. E’ soprattutto il rilievo aero-fotogrammetrico a lasciare stupiti: come nota il professor Di Gregorio, la disposizione pressoché rettilinea delle tre piramidi brianzole richiama esattamente la disposizione delle tre stelle centrali (la cosiddetta cintura) della costellazione di Orione, replicata nelle ben più celebri piramidi egizie della Piana di Giza, ovvero Cheope, Chefren e Micerino.
Le tre piramidi brianzole sono conformate a gradoni, come quelle sudamericane, ma che siano state fatte così per mere finalità agricole è da escludere, in quanto l’area collinare delle piramidi è sostanzialmente rocciosa e non per nulla denominata prati magri dalla amministrazione del parco del Curone.
L’ipotesi quindi è che tali piramidi, pur ricoperte da sabbia e terriccio povero nel corso dei millenni, siano costituite a livello sottostante da una realizzazione a gradoni in pietra: si tratterebbe quindi di strutture antropiche, artificiali, alte
Le piramidi brianzole sono poste su un asse obliquo da nord-ovest a sud-est, ruotate quindi di 90° in senso orario rispetto alle tre piramidi di Giza, ciò nonostante replicano in proporzione quasi stupefacente la posizione delle tre piramidi egizie e la disposizione siderale delle tre stelle della cintura di Orione: Alnitak, Alnilam e Mintaka.
La prima piramide è quella a sud ed è la più frequentata dal turista di passaggio: è caratterizzata da uno spiazzo sulla sommità con una decina di cipressi innestati sul terreno, a pianta circolare. La seconda, quella centrale, è meglio conosciuta come Belvedere Cereda.
Tale piramide non è praticabile direttamente come la prima, ciò in quanto è proprietà privata e circondata da una palizzata in legno. In ogni caso, anche da lontano la vista di questo cumulo piramidale troppo regolare non può fare a meno di richiamare realizzazioni piramidali umane di altre parti del mondo, come
L’identificazione della terza, più a nord est, è invece meno facile, in quanto ricoperta di bosco di carpini e querce: il rilievo aereo tuttavia consente di posizionare e qualificare questa terza realizzazione piramidale con maggiore precisione e certezza. Va detto che, a differenza delle piramidi egizie, costruite partendo da zero con il contributo del lavoro di secoli di migliaia di scavi grazie all’apporto di enormi pietre, in questo caso le piramidi sarebbero state realizzate partendo da nucleo di pietra già esistente, ed asportando il materiale pietroso in eccesso.
Come si è detto la zona del Parco del Curone, è – con la Valcamonica - il sito archeologico più antico dell’intera Lombardia. Il professor Di Gregorio ha ipotizzato una datazione relativa, indicando un periodo compreso tra i 4000 e i 5000 anni fa Alcune scoperte ipotizzano l'ingresso nella pianura padana, nel
Ma vi vedo che state sorridendo, scuotendo scetticamente
Per parte mia, dico che la forma di almeno la seconda piramide è davvero inquietante per precisione e regolarità geometrica, essa lascia indubitabilmente pensare alle piramidi a pianta quadrata della piana di Giza: l’angolo di attacco dalla base è il medesimo, 43 gradi con errore di solo mezzo grado.
Inoltre, la somiglianza con la cintura della costellazione di Orione delle tre piramidi brianzole è parimenti impressionante, come potete osservare dalle foto sopra. Per chi non lo sapesse, la costellazione di Orione (la più bella tra le costellazioni boreali), illumina le limpide notti di inverno con quella forma riconoscibilissima, a stilizzare il mitico alto e bel cacciatore Orione che andava tutti i giorni a fare il bagno ai limiti dell’oceano. A farci l’amore con Eos la dea dell’Aurora, la quale dopo aver aperto con le sue cerulee dita le tende del mattino al carro del sole non aveva più nulla da fare per tutto il giorno. Eos era perdutamente innamorata di Orione, e proprio per questo l’incolpevole cacciatore venne ucciso con una freccia d’argento scoccata dalla gelosa Diana, salvo poi essere da Giove assunto nella volta celeste come costellazione con spada, cintura e cane (
Ma non divaghiamo mitologicamente e restiamo alla geografia astronomica. Nella costellazione di Orione è ben evidente uno dei più originali asterismi del cielo stellato, quelle tre stelle della cintura che sono pressoché allineate. Tale originale disposizione stellare dovette colpire molto gli antichi abitatori umani della Brianza, che poi abbiano deciso di replicarla sulle tre colline da soli o con supporto marziano, insomma, giudicatevelo da soli.
Me li immagino quei rendez-vous tra umani brianzoli e alieni, quale sarà stata l’interazione comunicativa e l’ospitalità reciproca? Pranzi a base di salame Brianza e caprini di Montevecchia, vino rosso pincianell a fiumi, danze attorno al falò in cascina Bagaggera o in località Spiazzo e poi magari amoreggiamenti giù nel bosco della val Curone, nelle notti di luna piena. A generare la razza brianzola, i marziani lavoratori dell’Esperia-Italia di oggi, alieni che sono ancora tra noi.
Credits: Marsala Florio, www.google.it
Brianza3
E ve raccomandi la mia baracca...
Le ultime parole prima del niente
o del tutto, dell’eterno presente
dove (se c’è un Dio) ci sta certamente
lui, don Carlo Gnocchi convalescente
trapiantato a Montesiro, una vacca
per campare e freddo boia che spacca
le vertebre in Russia dentro la sacca,
salvo per il bavero della giacca
con la guerra eterna che non si stacca
da lui, in ogni orfano sofferente
mutilato, o che non vede o non sente;
ma è l’ora di andarsene: addio tenente,
ghe pensarèmm nunch, a la toa baracca.
Quando mi chiedono chi rappresenti meglio lo spirito più genuino della brianzolitudine, la risposta è sempre la stessa: don Carlo Gnocchi, nella mia fantasia lo skipper ideale di una ipotetica “Brianza Cube” che partecipi alle regate della America’s Cup.
Prete e uomo unico, don Carlo Gnocchi, cocktail irripetibile e shakerata in parti uguali di don Camillo di Guareschi, don Giovanni Bosco e don Verzee dell’ospedale San Raffaele di Milano, con in più una spruzzata di carattere pragmatico-imprenditoriale tipico della Brianza contadina più schietta. Non per nulla Carlo Maria Martini lo definì imprenditore della carità, e credo che questa sia forse la sua definizione più azzeccata.
Ora Don Gnocchi va finalmente verso gli altari. Chi avesse tempo, domenica prossima 25 ottobre, lo tenga da parte e lo utilizzi per scendere a Milano in piazza Duomo, a presenziare alla solenne cerimonia di beatificazione che si terrà alle ore 10:00, presente il nostro brianzolissimo Cardinale Tettamanzi.
È l’ultima tappa del processo avviato oltre 22 anni fa dall’allora Arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini. La beatificazione fa seguito all’annuncio con cui il Papa, lo scorso gennaio, ha fatto pubblicare: un decreto che attribuisce all’intercessione di don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista, il 17 agosto 1979, un alpino elettricista di Villa d’Adda (Bg) incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica.
La cerimonia sarà preceduta, nella serata di sabato 24 ottobre (alle ore 21), da una veglia di preghiera nella chiesa di Santo Stefano (piazza Santo Stefano), presieduta dal Vicario Generale della diocesi ambrosiana, monsignor Carlo Redaelli. L’urna con il corpo di don Gnocchi arriverà nel tardo pomeriggio nella chiesa di San Bernardino alle Ossa (sempre in piazza Santo Stefano), la stessa che accolse la camera ardente in occasione dei funerali, celebrati il 1° marzo 1956 dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini. Da qui, domenica mattina, alle ore 9, muoverà il corteo che porterà l’urna sul sagrato del Duomo. Hanno già richiesto il pass per la partecipazione alla celebrazione in piazza Duomo circa 40 mila fedeli.
La baracca di Don Gnocchi è quella della Pro-Juventute, opera assistenziale per la gioventù mutilata, da lui fondata nel 1945 dopo aver visto in presa diretta gli orrori della guerra e soprattutto i suoi effetti sui bambini, innocenti martiri di quel conflitto militare. Inaugurato il primo istituto ad Arosio nel 1945, don Gnocchi dovette ben presto espanderlo con altre sedi su tutto il territorio italiano, perché gli orrori e gli strascichi del conflitto erano ovunque.
A spingere Don Gnocchi a creare il suo istituto Pro-Juventute in soccorso ai bambini mutilati (oggi ribattezzato Fondazione Don Gnocchi) credo sia stato soprattutto l’avere visto – come disse esplicitamente - l’uomo nudo, sfrondato da ogni orpello e sovrastruttura nelle drammatiche giornate della ritirata di Russia.
Osservare in quella rotta militare quanta poca distanza in realtà ci fosse tra l’uomo e la bestia e nonostante ciò l’esistenza di momenti di carità e generosità (lui stesso si salvò per miracolo, raccolto semi-congelato su una slitta in fuga da Nikolajevka) lo avrà convinto della necessità di ridare all’Uomo con la maiuscola un minimo di etica dignità, attraverso il gratuito gesto della carità.
Don Gnocchi – è giusto essere sinceri – non era brianzolo per origini (era nato a San Colombano al Lambro), ma lo divenne senz’altro per adozione a furor di popolo: giunse infatti giovanissimo in Brianza (a Montesiro, frazione di Besana) a causa di una malattia che lo costrinse qui a lunghi periodi di convalescenza presso una sua zia, in compagnia della madre rimasta vedova.
Proprio a Montesiro, don Carlo celebrò la sua prima Messa e si fece notare subito per il suo carisma
di trascinatore, essendo qui per alcuni anni prete coadiutore di quella parrocchia.
Poi la guerra, in Albania e in Russia, il ritorno fortunoso a casa e tutto il resto che ho già detto sopra. Don Gnocchi morì di tumore nel 1956 e la sua morte generò grande eco in tutta l’Italia, che vide in lui il martire simbolo che riscattava il Paese dagli orrori del conflitto mondiale. Anche il suo ultimo gesto di carità (donare le sue cornee in punto di morte, in un momento in cui in Italia il trapianto degli organi era ancora illegale) fece scalpore e contribuì alla nascita - a poche settimane dalla sua morte - di una legge ad hoc che disciplinasse le donazioni di organi.
Percorrendo la strada che da Montesiro porta a Casatenovo, si incontra quasi subito sulla sinistra una lapide mezzo sbiadita sul muro di una cascina senza troppi fronzoli. Non so quanti - passando per questa strada – la notino e si rendano conto di quale figura carismatica sia lungamente vissuta proprio lì, tra quelle quattro mura.
Mi viene in mente la casa natale di Giuseppe Verdi, a Busseto, una vecchia cascina tenuta come un cimelio raro, a dimostrare quali rose possano nascere dal fango popolare. Ecco, da brianzolo mi piacerebbe qualcosa di simile per la casa brianzola di don Carlo Gnocchi, visto quanto ha dato agli italiani nel secondo dopoguerra.
E’ forse chiedere troppo?
Brianza Fool on the Hill

L'elogio all'Elogio della Follia
Del nostro Presidente del Consiglio
M'induce a seguire anch’io Bianconiglio
Con Alice, perché nella pazzia
Ci si sente più leggeri e va via
Ogni grumo di anoressia, ogni appiglio
Alla rogna quotidiana: un bel giglio
L’animo diventa e un’Ave Maria
Eterna è il pensiero che in mezzo ai Gloria
Si perde, siccome canto d’uccello
Che si spande in laudi e serenate,
Grullo come un asinello di noria,
Sempre in giro in girotondo a Limbiate
Nel regno dei matti, in villa a Mombello.
Il Bianconiglio, nel libro di Lewis Carrol Alice in Wonderland, rappresenta l'elemento della follia, nella storia e nella vita. Nel film The Matrix, il protagonista Neo viene incoraggiato dal suo computer a Seguire il Bianconiglio, pochi secondi prima che una ragazza con un tatuaggio ritraente un coniglio bianco bussi alla sua porta. Nella retorica odierna l'immagine del coniglio bianco sta ad indicare un evento inaspettato che porta alla comprensione di una realtà superiore, scardinando in un sol colpo le convinzioni di una vita.
Seguire il coniglio bianco vuol dire fare attenzione a piccoli eventi apparentemente insignificanti. Come Alice appena addormentata si accorse di un coniglio in panciotto che correva con un orologio in mano e non si sorprese ma lo seguì incuriosita, così chiunque si incuriosisce alle stranezze delle novità può essere lettteralmente trasportato in un altro Paese delle Meraviglie.
Si fa dunque oggi un piccolo-grande viaggio nella follia. No, non vi porto a Rotterdam, e men che meno ad Arcore. Da brianzolo, però, di certo vi conduco in Brianza, in un luogo dove la Storia e la Follia si sono continuamente sovrapposte, a dimostrare che l’una e l’altra cosa si incrociano assai più spesso di quanto non si creda.
Quindi seguiamo il Bianconiglio, che ci porta di corsa e senza indugio a Limbiate, località Mombello: in Villa Pusterla–Crivelli. È questa villa uno dei luoghi che più hanno segnato la storia dell’Italia moderna: il motivo è semplice, quando Napoleone Bonaparte scese in Italia, egli la scelse come suo quartier generale, preferendola ad altre ville milanesi e alla Villa Reale di Monza.
All'interno di questa villa di delizia furono prese importanti decisioni storiche come la creazione della
Repubblica Cisalpina, la fine della Repubblica di Venezia, la caduta di Genova e furono preparate le basi per il trattato di Campoformio. I miei tanti amici del Triveneto e della Dalmazia, che piangono e si lamentano di aver perso la loro piccola-grande patria Serenissima (la lista è lunga: va da Ugo Foscolo ad Anna Setari) sanno dunque ora che alla causa di tutto furono i pensieri concepiti dal grand-fou Napoleone Bonaparte in questa superba villa brianzola.
In essa poi, vero centro di pazzia umana, si celebrò quella che molti definiscono la follia suprema: il matrimonio. Il 14 giugno del 1797, nella cappella privata, fu celebrato il coniugio tra Paolina Bonaparte ed il generale Leclerc.
Villa Pusterla-Crivelli si presenta con una forma a ferro di cavallo, con la facciata, ornata da due semi torri, rivolta a levante. La costruzione risale al XIV secolo per volere dei Pusterla che la utilizzavano come dimora suburbana. L'aspetto della villa in quel tempo erano quelle
di una fortezza-palazzo dalla forma quadrata: gli edifici, molto semplici, occupavano i quattro lati lungo una corte chiusa e un bastione la recingeva. Si pensa anche che fosse molto più antica, risalente addirittura al medioevo, come risulterebbe dalle indagini svolte dall’ingegner Quarantini per conto della famiglia Crivelli: egli riconobbe antichi locali posti nel palazzo (dispense, cucina e cantine sotterranee) che erano preesistenti ai lavori svolti nel ‘500 dalla famiglia Arconati.
Napoleone fece celebrare il matrimonio di entrambe le sue sorelle Elisa e Paolina nell’oratorio dei Crivelli, l’oratorio dedicato a San Francesco. In questo periodo Mombello ospitò anche Giovanni Gros, autore del primo grande ritratto di Napoleone, esposto nella Villa.
Ma che c’entrano in realtà i matti, con questa villa e soprattutto con Mombello? Perché in Brianza come a Milano, dire Và a Mombell a qualcuno significa dargli del matto. Un po' di pazienza, adesso ai matti veri di Mombello ci arriviamo.
Nel corso del XIX secolo la villa rimase in stato di abbandono, sino a quando il comune di Milano nel 1863 acquistò Villa Pusterla-Crivelli per utilizzarla come manicomio, apportando alla struttura della
villa numerose e depauperanti modifiche. La villa fu dunque utilizzata come manicomio sino alla Legge Basaglia. Il manicomio di Mombello è il punto di arrivo di De là del mur, un poemetto del grande poeta meneghino Delio Tessa, forse il più grande poeta dialettale del ‘900. Seguiamo dunque ancora il veloce Bianconiglio e facciamo una piccola digressione su Delio Tessa.
Milanese DOC, Delio era attratto dal manicomio brianzolo di Mombello, come luogo metaforico dove i matti stavano fuori, e non dentro il muro.
Nei componimenti di Delio Tessa è spesso presente il tema della morte e il loro contenuto è spesso pervaso da un pessimismo che in parte ha matrici culturali (la Scapigliatura lombarda, ma anche il Decadentismo francese, per arrivare a una particolare forma di espressionismo). La personalità di Tessa – segnata dai lutti della Prima Guerra Mondiale - è dominata da un senso di sfiducia negli uomini e nelle loro istituzioni, dalla perdita della fede e dalla consapevolezza di un destino duro ed inflessibile. Questa percezione inquieta della realtà è rivelata dalla tensione cui egli sottopone il linguaggio. Il dialetto perde così la sua connotazione di lingua parlata dalla gente comune e le parole sono sottoposte ad un processo di frammentazione e usate senza apparente connessione logica.
Eccovi un assaggio del suo viaggio peregrinante da Milano a Mombello, per finire là fuori dal muro del manicomio a (s)ragionare:
Mombell...
...Che strano effett
me fan certi paroll!...
...tra capp e coll
piómben e m'insarzissen lor!
Per di or e di or
qui calavròn che ronza
régnen in del cozzon
tant che m'insormentissen...
nivol... fantasma... nebbi... sit...
omen... ideij... on mond,
mi disariss ch'intorna
tutt on mond ghe se forma,
rimm ghe resónen... vuna
la ciama l'altra a campana e via
via te filet via
- vol de la fantasia! - ...
...Mombell!...
...Mombell!...
dilla... redilla
quella parola lì
e poeu tórnela a dì
e allora... te cominciet
a s'ciariss... a capì...
Belli, forti, quasi ipnotici questi versi. Ma è ora di chiudere questa piccola digressione tessiana col Bianconiglio, fine con questo frammento del grande Elogio (di un luogo) della Follia del grande poeta Delio Tessa.
Driiin, driiin; suona la sveglia, fine del sogno. Ora Bianconiglio ritorna saltellando a Villa Pusterla-Crivelli: il viaggio si conclude e si torna mestamente all’oggi, alla grigia realtà del XXI secolo. Bianconiglio si rintana sotto l’edificio dell’ex manicomio di Mombello, che è diventato sede dell’Istituto Tecnico Agrario Statale Luigi Castiglioni. Il nome gli deriva dall’illuminista italiano omonimo, che abitò la villa per un breve periodo durante la seconda metà del ‘700 e ne utilizzò il parco per i suoi studi botanici, per i quali fu premiato da Napoleone.
La villa di recente è stata restaurata negli esterni; mantiene a grandi linee i caratteri barocchi e neoclassici apportati dai Crivelli, la chiesa di San Francesco oggi non è più collegata al palazzo, se non tramite i sotterranei, che sono la parte più antica dell’edificio, dove vi sono resti delle scale che scendevano la collina prima delle attuali terrazze. All’interno l’edificio conserva due affreschi e varie decorazioni che tuttora testimoniano l’importanza della villa e la sua passata bellezza, come ad esempio lo scalone d’onore.
Credits: Wikipedia
Brianza Apparition
Si fa sera alla Madonna del Sasso;
mentre l’acqua sgocciola quasi secca
cuociono castagne lesse giù in basso
a Cagliano all’osteria e la busecca
nutre un commensale dentro a far chiasso,
vociante e ridente quando si lecca
le sue dita intinte in foiolo grasso,
trippa e vino buono: sotto è la Mecca
per golosi, ma là in alto l’istante
si fa eterno, sabbia densa, infinito
sedimento quasi pietra per piante
magre sul costone, accanto al detrito
di cere disperse con esitante
zelo dalla mano che lo ha pulito.
Piccolo intervallo: sedetevi e rilassatevi un attimo, è un post bucolico-gastronomico-turistico questo. Ogni tant el ghe voeur. Con queste splendide e freddolose giornate di metà Ottobre, è immancabile il giretto-passeggiata-pedalata-castagnata su per la Brianza Alta lecchese. Nevvero, amici-nemici-amici milanesi?
E quale meta migliore per far queste cose ottobrine che il costone meridionale sulle alture di Colle Brianza? Oggi dunque vi porto a far castagne e mangiar trippa o cassoeula a Cagliano e poi (o se volete, prima) all'eremo di San Genesio e al villaggio rurale di Campsirago. Ma prima ancora, occorre visita devota e paolotta al Santuario della Madonna del Sasso.
Il Santuario della Madonna del Sasso,
A Colle Brianza, località Cagliano, il Santuario venne eretto nel secolo XIX per ricordare l'apparizione della Santa Vergine il 23 Luglio 1657 alla signora Giovanna Fumagalli, sopra un grosso masso. La Madonna le apparve per ben tre volte nella cosiddetta Valle dei Sapelli, e successivamente operò prodigiose guarigioni nel luogo, registrate nell'archivio parrocchiale di Giovenzana.
Il piccolo edificio ha una struttura alquanto semplice, al termine di una lunga scalinata che si diparte dalla strada che da Cagliano porta a Campsirago. Secondo la tradizione, la Madonna apparendo alla signora Fumagalli lasciò l’impronta di un piede sopra un sasso tuttora visibile e che ha dato origine alla denominazione.
L’ex-monastero di San Genesio.
Ai tempi degli antichi romani, il boscoso monte del San Genesio era secondo alcune fonti dedicato alla divinità pagana del dio Giano bifronte. Probabilmente già allora un tempietto o un’ara a lui dedicati sul culmine dell’alto colle dava a quei luoghi solitari un'aura di sacralità.
Cappella Sancti Genexi in monte Soma: è questa la prima citazione del luogo sacro in un documento notarile che risale al 950. Già allora quindi le vestigia pagane erano state del tutto sostituite da un primo presidio cristiano. Probabilmente già in epoca proto-cristiana i fedeli di quella nuova religione, per cancellare il ricordo delle antiche credenze pagane, costruirono in posizione elevata una originaria costruzione dedicata a San Genesio.
Nel 1592 questo tempio medioevale e le sue adiacenze furono passate sotto la giurisdizione dell’ordine agostiniano, che lo abitò fino al 1770. In seguito esso fu da questi ultimi abbandonato, anche a causa delle pesanti limitazioni teresiane e poi alle soppressioni dell’epoca napoleonica. Dal 1863 al 1938 ritornò sul posto a ripopolarlo una comunità di frati camaldolesi la quale, oltre a riattivare il luogo di culto, vi costruì la chiesa e l'attiguo convento.
I frati camaldolesi in questo luogo solitario conducevano una vita davvero eremitica, lontano da quella civiltà che pur stava sotto di loro a pochi chilometri di distanza, dediti alla preghiera, alla riflessione e al lavoro, secondo i dettami della loro regola.
Possiamo immaginare in questo luogo, totalmente immerso nei boschi di castagni e querce la sensazione di quiete e di raccoglimento di allora, cha attorno alle mura abbandonate del convento pare ancora oggi quasi materializzarsi. La natura e l’arte sembrano volerci raccontare in questo paesaggio le storie passate di quegli uomini in preghiera e in raccoglimento spirituale. La visita del luogo attualmente è pressoché impossibile, sarebbe viceversa magnifico se si riuscisse a riattivarne la funzione con magari fini di turismo religioso, vista la posizione elevata che lo rende visibile nelle giornate limpide anche dalla bassa pianura e dal milanese.
Il Borgo di Cagliano
Splendida localita-frazione di Colle Brianza, tutta esposta a sud, deve il nome presumibilmente a una’rigine latina, presumibilmente derivante da "Callis Ianus" Ossia "strada pedonale per il tempio di Giano" (situato in epoca romana sul colle S. Genesio). Era stato forse pensato come centro per ospitare guarnigioni che controllassero la vallata sottostante. Rapido e veloce doveva così essere il collegamento con altre fortezze. Da vedere acagliano: la Chiesa di S. Materno è probabilmente del XVI secolo. Da notare alcune cascine di varie epoche abbastanza ben conservate. Su una di queste si può osservare una bellissima edicola delle Madonna. Mangiate semplicemente imperdibili a base di cucina locale (specialmente in questo periodo) all’osteria della frazione: Pizzagalli Alberta Via Giulio Cesare, tel. 0399260025
Il borgo di Campsirago
Causa la recente ri-urbanizzazione di questo piccolo nucleo agricolo d’alta collina, che ha determinato l’avvento della luce elettrica e una assai migliorata accessibilità stradale, l’aspetto di nucleo rurale ottocentesco che il borgo di Campsirago aveva solo pochi decenni fa è stato purtroppo (grazie al cielo, soltanto parzialmente) perso. Quel che resta pur tuttavia ha almeno il pregio di farci ricordare quale fosse la vita agricola in questo luogo magico, forse non un alpeggio di alta quota, ma comunque così isolato da consentire una vita rurale e umana autarchica, con scarsi contatti con l’esterno.
Dal nome originario latino Campi Sirati, ossia terreni coltivati e dotati di silos, s’intuisce molto facilmente come sia più che millenaria la tradizione agricola di questo centro. Molto probabilmente la piccola comunità che là vi risiedeva conservava i cibi e raccolti in questi depositi (forse anche sotterranei) e poteva così essere autosufficiente in tutte le sue necessità, anche durante la gelida stagione invernale. Più recentemente, da parecchi anni durante il periodo estivo si svolge tra le mura di queste costruzioni un'importante manifestazione teatrale di alto livello artistico.
Un’analisi della tipologia costruttiva del borgo fa risalire le costruzioni abitative al XIV - XV secolo con alcuni edifici forse ancora antecedenti di epoca altomedioevale. Non può sfuggire all'attenzione del pellegrino uno stupendo portale in pietra con arco a tutto sesto, sopra visibile in fotografia. All'incirca dello stesso periodo medioevale è la chiesa dedicata a San Gaetano, attualmente purtroppo in stato di avanzato degrado e forse ormai del tutto irrecuperabile.
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